Milano, 4 giu – Un quadro eloquente viene dai dati relativi alle imprese chimiche estere operanti in Italia: producono un valore che sfiora i 20 miliardi di euro (pari a settori rilevanti quale il mobile o le bevande) di cui circa il 60% viene esportato, anche grazie a un consistente investimento in ricerca (oltre 170 milioni). “Sono imprese che vengono in Italia per produrre, fare ricerca, offrire posti di lavoro e, in molti casi, insediare veri e propri centri di eccellenza” ha commentato Lamberti.“I buoni risultati nascono dal nostro orientamento al mercato globale, con risultati di export anche migliori della media europea; da un’innovazione sempre più basata sulla ricerca e sempre più diffusa anche tra moltissime medie e piccole imprese; tanti laureati tra i neoassunti, ormai quasi il 30%, ben 10 punti più della media nazionale; tantissima formazione in azienda per dare centralità alle persone”. Cosa serve alla chimica in Italia per diventare polo di attrazione per nuovi investimenti e proseguire il deciso percorso di crescita degli ultimi anni?
Secondo Lamberti, occorre superare i fattori atavicamente nemici dell’industria e dell’industria chimica in particolare: tempi lunghissimi per le autorizzazioni (“in altri Paesi richiedono pochi mesi, da noi anche più di 5 anni”); un quadro giuridico complesso, che genera incertezza, specie quando le decisioni vengono assunte più sulla scorta dell’emozione che dei riscontri scientifici; un quadro normativo ancora da semplificare, per rendere più snelli gli iter amministrativi e le procedure autorizzative. Infine sottolinea che “dopo decenni di sviluppo della cultura ambientale, l’Italia ha bisogno di un ‘ambientalismo del sì’, ovvero, di Istituzioni che sappiano anche dire sì, non solo no”. (red)