“Abbiamo ancora tanto lavoro da fare – spiega don Georges Jahola, uno dei membri del Comitato per la Ricostruzione di Ninive, istituito dalla Fondazione pontificia insieme alle Chiese caldea, siro-cattolica e siro-ortodossa per coordinare la ricostruzione – La prossima fase è molto impegnativa perché prevede la ricostruzione delle abitazioni interamente bruciate o distrutte”. I cantieri sostenuti da ACS continuano infatti i lavori a pieno ritmo. Amjeed Tareq Hano è un giovane di 28 anni che aiuta il team di 70 ingegneri al lavoro nella sola Qaraqosh. Sulla sua scrivania un’alta pila di richieste. “Per poter ricevere un sostegno i proprietari devono contribuire personalmente alla ricostruzione o al restauro – spiega il giovane cristiano – Soltanto così possiamo contenere i costi ed aiutare altre famiglie”. Amjeed sottolinea come il governo iracheno non abbia affatto sostenuto l’opera di ricostruzione: “Sconfiggiamo Isis armati di intonaco e mattoni e senza l’aiuto di ACS non saremmo mai potuti andare avanti”. Dal 2014 al giugno 2018, Aiuto alla Chiesa che Soffre ha donato circa 39,7 milioni di euro per progetti a sostegno dei cristiani iracheni. Dopo la presa della Piana di Ninive, Amjeed ha vissuto con la sua famiglia ad Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. Non ha mai rimpianto la decisione di non lasciare il proprio Paese. “Dobbiamo bollire l’acqua, perché contiene troppo cloro, l’elettricità è prodotta dai generatori e le strade sono piene di buche. L’Iraq è tutto fuorché sicuro, ma questa è la nostra casa e qui è il nostro futuro. E la nostra patria ha estremamente bisogno della presenza di noi cristiani” conclude. (red)