Il clima inevitabilmente si scalda quando viene annunciato il secondo punto all’ordine del giorno: la riforma del voto all’estero. La discussione della plenaria del Consiglio generale degli italiani all’estero entra così nel vivo: dall’assemblea del Cgie – considerato il “parlamentino” degli italiani all’estero – dovranno uscire indicazioni e proposte per riformare il sistema elettorale fuori i confini nazionali. Tutti d’accordo nel ribadirne l’importanza (“Un voto sacrosanto”, lo definisce Marco Galdi, professore associato di Istituzioni di Diritto Pubblico all’Università degli Studi di Salerno, tra gli applausi dei consiglieri del Cgie) ma altrettanto in sintonia nel dire che c’è bisogno di una riforma strutturale. Già durante la prima giornata di lavori della plenaria, era intervenuto sulla questione Vito Petrocelli, presidente della Commissione Esteri del Senato: “La bozza di riforma del voto all’estero è già pronta”, aveva annunciato Petrocelli. L’attenzione è massima e a confermarlo sono le parole del segretario generale del Cgie, Michele Schiavone: sulla riforma del voto all’estero “ci giochiamo gran parte della credibilità come Cgie. Abbiamo assunto un impegno con il sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo, ma si tratta di un percorso seguito già dallo scorso anno”. Le modalità, sottolinea il segretario generale del Cgie, “hanno necessità di modifiche profonde” a causa di “situazioni che mettono in difficoltà la credibilità del voto all’estero”. Dalla III Commissione “Diritti civili, politici e partecipazioni” del Cgie arrivano le proposte: “In considerazione dell’evoluzione tecnologica, il voto telematico è da ritenersi l’unico che permetterà di mettere in sicurezza il meccanismo elettorale con cui votano gli italiani nel mondo”, si legge nella relazione della Commissione.
Il Cgie “sollecita il legislatore ad avviare un serio percorso per l’introduzione del voto digitale – si legge ancora nella relazione della III Commissione -. Chiediamo quindi che venga istituita una commissione tecnica che determini quale sia il sistema informatico che offra le maggiori garanzie di sicurezza e, allo stesso tempo, faciliti l’operazione di voto, tenendo conto dello sviluppo tecnologico e delle esperienze messe in campo da altri Stati”. Secondo il Cgie “è importante che il passaggio avvenga gradualmente – prosegue la relazione – e che sia accompagnato da un’estesa campagna di comunicazione che dovrà impegnare tutti i soggetti istituzionali, associativi e tutti i media nazionali ed esteri”. In una fase transitoria, prima che si arrivi al voto telematico, il Cgie propone delle misure atte a rendere più sicuro il voto all’estero. Sullo scrutinio, in particolare, la III Commissione propone “l’istituzione, presso le Corti d’appello di Roma, Firenze, Milano e Napoli, degli uffici centrali per lo spoglio, ciascuno competente per una delle Ripartizioni estere”, si legge nella relazione della III Commissione. Questo al fine di migliorare le operazioni di scrutinio, fino a oggi centralizzate a Castelnuovo di Porto, “che ha creato – riflette il Cgie – disfunzioni e criticità non indifferenti nelle passate tornate elettorali e referendarie”. C’è anche l’editoria a scaldare il clima nella sala Conferenze internazionali della Farnesina. Stamattina c’è stato il Congresso della Fusie (Federazione unitaria stampa italiana all’estero), oggi pomeriggio invece il convegno sull’informazione, durante il quale è intervenuto il sottosegretario con delega all’editoria Vito Crimi.
“Credo che anche la stampa italiana all’estero debba rendersi conto che c’è stato un cambiamento nell’approccio da parte dei lettori, e deve esserci un cambiamento anche nell’approccio da parte delle modalità di finanziamento”, ha detto Crimi a 9Colonne, a margine della plenaria. “Oggi vengono finanziati gli editori, che usano i fondi per rivedere i loro bilanci e tenere in piedi l’azienda. Se vogliamo stimolare la ricerca di informazioni dobbiamo trovare altre modalità – prosegue Crimi -. Non è finanziando la produzione di giornali che noi finanziamo la cultura del pluralismo e dell’informazione. La scommessa è trovare altre forme”. Quando parliamo di tagli dei fondi all’editoria non parliamo di tagli dei fondi al pluralismo – sottolinea il sottosegretario – ma parliamo della revisione delle modalità in cui questi fondi vengono utilizzati, non più nel finanziamento diretto agli editori ma in altre forme, ad esempio finanziando i lettori affinché acquistino prodotti editoriali o forme di partecipazione per incentivare la cultura del pluralismo. Qual è la sfida per la stampa italiana all’estero? “La rete – risponde Crimi -. E’ vero che alcune comunità non sono native digitali, ma è comunque quella la nuova sfida. La rete permette di abbattere i confini del mondo, non c’è più l’idea della comunità isolata e che tramite uno strumento di informazione cartaceo riceve le informazioni, ma è in tempo reale sempre connessa con il loro paese”. Risponde Giangi Cretti, presidente della Fusie: “Siamo ben felici di accompagnare questa fase di innovazione, ma dobbiamo essere messi nelle condizioni affinché la nostra attività venga riconosciuta come valore aggiunto”. (15 nov – Sip)