Roma, 26 nov – Ricci ricorda che “nel 2001, quando su varata la riforma costituzionale che introdusse la Circoscrizione Estero (Art. 48, 56 e 57) e poi il voto per corrispondenza, ci trovavamo di fronte ad una presenza ormai consolidata di più o meno antiche collettività italiane stabilizzate all’estero (poco più di 3 milioni di persone) che rivendicava da decenni la possibilità di partecipare alla vita politica del Paese esprimendo il voto senza dover rientrare in Italia ad ogni consultazione. Il numero limitato di parlamentari fu definito come riconoscimento (tardivo) di questa storica presenza e la mediazione portò ad individuare un numero di parlamentari che non mettesse in discussione gli ‘equilibri politici nazionali’. Ma con la ripresa dei flussi emigratori ci troviamo di fronte ad uno scenario del tutto differente, con il raddoppio della presenza emigratoria italiana che porta ad un inedita situazione: mentre la popolazione all’interno dei confini sta diminuendo, quella al di fuori cresce al ritmo di oltre 300 mila all’anno. La domanda è: queste persone hanno il diritto di esprimere pienamente il proprio diritto di partecipazione politica, o solo per il fatto di essere stati costretti dalla crisi ad andare all’estero, dispongono di un diritto dimezzato? Le previsioni di diversi centri di studio e della stessa Istat per i prossimi decenni sono di una ulteriore diminuzione di popolazione (da 5 a 7 milioni all’interno dei confini al 2050-60) e parallelamente di un aumento dello stock di emigrazione che sta dunque tornando ad essere un dato strutturale del paese. La domanda potrebbe quindi essere formulata anche in u altro modo: cosa facciamo in particolare con i nuovi emigrati? Li lasciamo andare e riduciamo loro il diritto di voto?”. (SEGUE)