Roma, 20 dic – Tra il 1951 e il 2008 la popolazione del Sud si è ridotta di quattro milioni e mezzo di persone. Nei primi anni Sessanta lasciavano il Meridione in 300mila l’anno. Alla fine degli anni Ottanta l’ondata migratoria sembrava esaurita e invece, tra il 1997 e il 2008, sono emigrati in 700mila. “Nel solo 2008 – spiega il quotidiano Il Roma – il Sud ha perso oltre 122 mila residenti, trasferitisi nelle regioni del Centro Nord, a fronte di un rientro di 60mila persone: una perdita di popolazione tripla rispetto a quella degli anni Ottanta» (Bianchi e Provenzano). La perdita di capitale umano è aggravata poi dal fenomeno del pendolarismo temporaneo di 173mila persone, quasi tutte altamente scolarizzate, che ogni anno emigrano senza cambiare residenza. Per quanto riguarda il saldo migratorio – si legge sul quotidiano napoletano -, il 1975 rappresenta l’ anno in cui la percentuale di migranti registra i livelli più bassi e si assiste al fenomeno dell'”emigrazione di ritorno”. “A distanza di vent’ anni – scrive Il Roma – lo sviluppo del Meridione non raggiunge i livelli sperati e i meridionali ritornano ad emigrare. Dalla metà degli Novanta fino ad oggi il fenomeno migratorio ha assunto proporzioni paragonabili agli anni Sessanta se non superiori. Per concludere, il futuro non giuoca certo a favore del Mezzogiorno. La Svimez ritiene che, nelle dinamiche territoriali, le migrazioni interne e quelle dall’ estero continueranno a svolgere un ruolo rilevante e contribuiranno a ridefinire la geografia umana, in modo nient’ affatto favorevole al Mezzogiorno che perderà 5,3 milioni di abitanti tra il 2016 e il 2065, a fronte di un assai più modesto calo (1,9 milioni) nel Centro-Nord. Vuol dire sette punti percentuali in meno nella quota di popolazione residente nel Sud, con valori che scenderebbero dall’ attuale 34,4% al 29,2% del 2065”. (Kgn)