Roma, 24 dic – In quello che Hobsbawm aveva definito “Il secolo breve” si sono concentrati fenomeni storici tra i più potenti e contraddittori della storia. Il XX secolo è stato infatti a un tempo l’età delle catastrofi (bastino le due guerre mondiali) e quella dell’oro (con il ciclo del boom economico e dell’espansione del welfare dal 1945 al 1973). In questo secolo il mondo è passato dalla guerra combattuta sui campi di battaglia, con armi di distruzione di massa e milioni di morti, alla guerra fredda, combattuta con le diplomazie, i servizi segreti e con la minaccia della Bomba. Una guerra sostanzialmente tra due superpotenze opposte tra loro, quella sovietica e quella americana. Due mondi, quello comunista e quello capitalista, espressione di una irriducibile dicotomia tra collettivismo della società di massa – diventato anche sostrato dei diversi totalitarismi, almeno nella prima metà del Novecento – e individualismo atomizzato. In questo schematico, ma ferreo dualismo, si inserisce l’opera del filosofo, teologo e pedagogista austriaco Martin Buber: l’ideatore della teoria secondo la quale la vita non è soggettiva, ma intersoggettiva, per cui soggetto e intersoggettività sono sincronicamente complementari. E in questa contrapposizione duale Buber vede il segno più tangibile della crisi dell’umano. (SEGUE / Ema)