“È curioso: parlano tutti come se al tavolo ci fossero stati loro. lo questa negoziazione l’ho condotta in prima persona, a Bruxelles, poi da qui e con quel telefono, fino all’ultimo minuto utile, e posso dirle due cose certe. Se non avessimo affrontato la Commissione e non l’avessimo convinta delle nostre ragioni, non avremmo potuto disporre delle risorse che abbiamo e non avremmo potuto spenderle come avevamo deciso di spenderle”. Lo afferma Giuseppe Conte, in una intervista a Panorama, nella quale ripercorre la sua trattativa con Bruxelles. Il premier ricorda che “il punto di partenza, quando siamo entrati in carica, era questo: una manovra parametrata su un deficit dello 0,8 per cento e con le clausole di salvaguardia sull’Iva da disattivare per 12 miliardi e mezzo” e “se non fossimo partito dal 2,4, non avremmo ottenuto mai il 2,04 per cento”. Rivendica quindi che le misure di quota 100 e reddito di cittadinanza “le sento tutte come mie”. E precisa: “Considero il negoziato – e questo mi pare sia sfuggito a molti osservatori – solo il primo capitolo di una grande e articolata riforma di cui l’Italia ha bisogno”, “abbiamo convinto l’Europa che stiamo già facendo di più. E che tutti questi interventi sono collegati da una visione di prospettiva comune. I numerini della manovra contano, anche perché alle spalle hanno vari interventi che ne moltiplicheranno gli effetti, tra cui una delle leggi anticorruzione migliori del mondo, la legge di delega per riformare il codice degli appalti che ci viene richiesta da tutti gli imprenditori. Contano, anche, perché stiamo per varare la revisione di un codice degli appalti di cui tutti gli imprenditori e gli amministratori pubblici ci segnalano difficoltà di applicazione. Noi stiamo intervenendo per sbloccare un sistema fermo”.
Poi sottolinea: “Secondo lei conta o non conta la cabina di regia che istituiamo a Palazzo Chigi con i 300 migliori professionisti per sbloccare gli investimenti e seguire i progetti europei anche in fase di realizzazione? Le rispondo io: conta”, “una resa? Abbiamo mantenuto, in condizioni difficilissime, e malgrado i vincoli che avevano ereditato, gli investimenti più importanti. Abbiamo messo in campo misure per assistere i più deboli moralmente doverose e utili”, “questo risultato secondo me è una vittoria per l’Italia”. Quante volte al giorno controllava lo spread? “Seguo un principio di salute mentale: con una porzione del mio campo visivo non lo perdo mai di vista, ma faccio sì di non averlo mai davanti agli occhi”. Quindi entra nei dettagli del suo difficile negoziato: “Mercoledì sera la notizia era trapelata e, quando ho telefonato personalmente a Valdis Dombrovskis per sbloccare la situazione, l’accordo stava saltando”, “ma non ho mai alzato la voce”. Quali sono stati i due momenti più critici della trattativa? “Il primo sicuramente quando siamo andati a cena a Bruxelles. Ho chiamato Juncker per concordare l’appuntamento e – dietro un tono che formalmente era impeccabile – ho avvertito la certezza che c’era una decisione presa, e che consideravano l’Italia già fuori”, “partendo da questa sensazione, prima della cena, a cui partecipavano gli altri ministri e Pierre Moscovici, ho chiesto a Juncker di parlargli in privato per venti minuti. Ci siamo chiusi in una stanza, solo noi due, e ho puntato sulla sua capacità di lettura politica, sulla sua esperienza. Oggi posso dire che ci siamo capiti. Mentre uscivano mi ha detto: ‘Farò quel che posso per aiutarti’. Lo ha fatto”. L’esplosione dei Gilet gialli in Francia ha facilitato la trattativa? “Vede la differenza tra esserci e immaginare da fuori? Contrariamente a quello che può sembrare in apparenza, la crisi sociale francese nel nostro negoziato ha ottenuto l’effetto opposto. Eravamo in un’altra fase. Diciamo, per semplificare, che avevano già convinto le colombe. A quel punto i rigoristi hanno tirato la corda, facendo questo ragionamento: stiamo cedendo con l’Italia, la Francia si prende la sua flessibilità, così la diga del rigore è rotta!”. (2 gen – red)