Roma, 18 gen – Cosa vi aspettate con la Women’s March?
“Vogliamo ricordare che noi donne non stiamo in silenzio nel vedere smantellare i nostri diritti. Le ascese delle destre hanno causato una violenza globale, non isolabile dalla visione politica. Le donne non si prendono cura solo dei loro figli, ma del mondo”.
Quale appello rivolgete alla politica con la Women’s March?
“Di parlare di meno ed agire di più. Il contrasto e la prevenzione alla violenza delle donne deve diventare una priorità reale dell’agenda politica, non come si sta facendo ora. Bisogna aiutare le donne nel raggiungere un benessere, a non essere discriminate, anche nei contesti lavorativi”.
Qual è la situazione italiana?
“Quando una donna ha il coraggio di denunciare una violenza diventa oggetto di una serie di obblighi, che però non vengono richiesti agli uomini in caso di altri reati, come furto o rapina. Si dà più attenzione in negativo alla vittima che all’autore del reato. C’è una sorta di colpevolizzazione della donna, come se avesse causato la violenza in un certo qual modo, favorito dei comportamenti nell’aggressore. Si riscontra, inoltre, una violenza istituzionale anche nei tribunali, nei minorili come in quelli ordinari, nell’iter di valutazione delle donne, soprattutto per quello che riguarda le competenze genitoriali. Spesso si mettono sullo stesso piano il padre autore di violenze e la madre vittima. Si ottengono delle risposte ambivalenti rispetto alla violenza sessuale, diventa così complesso sia l’iter di separazione che la responsabilità di accudimento di un figlio, e, in questo modo, si scoraggiano le donne a denunciare una violenza. Spesso arrivano, infatti, ad una richiesta di separazione, ma senza voler specificare il perché, senza addirittura dichiarare di essere vittime di violenza domestica. Invece di colpevolizzare la responsabilità paterna, si colpevolizzano le donne vittime”.
(PO / SEGUE)