Roma, 20 feb – Un’altra proposta/richiesta fatta dal mondo sanitario a quello politico è quella di ricucire il mondo sanitario e quello sociale per offrire un trattamento a 360 gradi al paziente. “C’è un problema serio di presa in carico del paziente, soprattutto per la cronicità. Bisogna riorientare il SSN alle patologie che stanno cambiando”. Afferma Monica Calamai, Direttore Generale Diritti di Cittadinanza e Coesione Sociale Regione Toscana, e propone l’utilizzo di un nuovo tipo di Percorsi Diagnostico Terapeutico Assistenziali, i PDTAS (dove la S sta per sociale). “Una sequenza predefinita, articolata e coordinata di prestazioni erogate a livello ambulatoriale e di ricovero territoriale, che prevede la partecipazione integrata di diversi specialisti e professionisti e del paziente stesso, a livello ospedaliero e territoriale, al fine di realizzare la diagnosi clinica – sottolinea Calamai – la valutazione psico-sociale e concordare con la persona la terapia, l’assistenza, l’attivazione di interventi e risorse sociali e l’adozione di comportamenti di salute più adeguati”. Uno strappo, quello tra sociale e sanitario imprescindibile anche per Sabrina Nardi, Vice Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato- Cittadinanza (TDM) e Direttore del Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici (CnAMC). “È fondamentale rimettere il cittadino al centro, perché troppo spesso accade che il cittadino si trovi in mezzo a decisioni e scelte che non lo coinvolgono – afferma Nardi – in maniera diretta. Inoltre bisogna puntare i riflettori sul fatto che i bisogni sociali e sanitari sono spesso inscindibili per il paziente e quindi trattarti in maniera separata vuol dire forzare la persona a distinguere tra priorità”. Ci sono però branche mediche, come il trattamento delle malattie rare, che invece grazie anche alle collaborazioni europee e internazionali, sono già al passo con i tempi e potrebbero essere usate come modello organizzativo anche per altre branche della medicina e della ricerca medica. “Nel corso degli ultimi due decenni, la comunità scientifica ed istituzionale sta dimostrando che lavorare in rete a livello nazionale, europea ed internazionale con la partecipazione attiva di tutti gli attori interessati nelle malattie rare – afferma Domenica Taruscio, Direttore del Centro Nazionale Malattie Rare, Istituto Superiore di Sanità – contribuisce ad accelerare la ricerca scientifica, lo sviluppo di nuovi dispositivi medici e di farmaci e a facilitare l’accesso ad un’assistenza migliore, con uso più efficiente della risorse umane ed economiche. Verranno citati gli esempi della Rete nazionale malattie rare e delle Reti di riferimento europeo per le malattie rare (ERN). In particolare, le ERN sono state istituite con l’obiettivo di condividere esperienze, competenze e risorse fra i vari Paesi diversi europei”. Insomma, all’Academy di Roma sono state lanciate molte sfide e tantissime idee, ora toccherà alla politica riuscire a metterle in atto. (red)