Venezia, 5 set – Ode al “visionario” Tim. Oggi, per l’ottavo giorno di proiezione, la città di Venezia è tutta per il regista Tim Burton. Per lui è Leone d’oro alla carriera. “Sono molto onorato, è il premio più importante mai ricevuto – ha detto Tim Burton – è un sogno ma anche un incoraggiamento, un incentivo per rinvigorirmi”. Un tifo da stadio per il più “giovane” regista che è riuscito a vincere una tale onorificenza. “Questo premio è un onore, mi dà la forza per rinvigorirmi. Il Leone alla carriera più giovane? Sono più vecchio di quanto sembri”. In suo onore questa sera verrà proiettata la nuova versione in Disney Digital 3d delle avventure natalizie dello scheletro Jack. Poi un tributo alla sua carriera, con la proiezione dei suoi film più celebri: da Pee-Wee’s Big Adventure, pellicola esordio del 1985 alla cupa messa in scena del celebre Batman, Edward mani di forbice in cui cominciò il sodalizio con Johnny Depp, passando per Ed Wood, Mars Attacks!, Sleepy Hollow. Insomma, un vero Tim Burton Day, un tributo al mondo di Tim, un mondo fatto di parabole malinconiche, di universi personalissimi e visionari, fatto con uno stile sofisticato e assolutamente inconfondibile, contaminato dalle atmosfere espressioniste dei classici dell’horror del passato che ogni tanto lasciano spazio ai suoi colori pastello. Partecipe di quel mondo è stato per anni l’attore Jonny Depp e sarà proprio lui a consegnare il premio al suo maestro. Ed è sempre lui l’attore con cui il regista dalle “mani di forbici” preferisce lavorare. “Amo lavorare con lui perché è un artista eccezionale che riesce a essere molte creature diverse”. E sarà proprio Burton a presentare il nuovo film del poliedrico Depp, di cui vrranno proiettati appena otto minuti, “Sweeney Todd” di Stephen Sondheim. “Un film dell’orrore all’antica con tanta musica”: così lo descrive Burton. Riflettori puntati anche sul grande ritorno alla Biennale di Venezia di Sabina Guzzanti. Dopo che due anni fa aveva lasciato di stucco il pubblico con la presentazione del suo film “Viva Zapatero”, prendendo di mira la censura alla satira, oggi la beniamina del dissenso propone la sua nuova pellicola “Le ragioni dell’aragosta”. Il nuovo lavoro della Guzzanti si presenta come un finto documentario, un mix tra realtà e documentario. La regista e sceneggiatrice nostrana ha scelto per questo film un cast d’eccezione: ha riunito molti dei suoi colleghi di Avanzi, programma satirico cult del 1992. Una pellicola che senza indugi può essere definita dal “vivo”, perché nasce dalle avventure di Francesca Reggiani, Cinzia Leone, Stefano Masciarelli, Antonello Fassari e Pierfrancesco Loche, interpreti di loro stessi. I cinque decidono di realizzare uno spettacolo per aiutare i pescatori di aragoste, colpiti dallo spopolamento del mare. Ma lo spettacolo è solo il trampolino di lancio per una serie di vicende private, scontri, crisi di pianto e sensi d’inadeguatezza nei quali i protagonisti verranno coinvolti. Ovviamente la Guzzanti non manca di inserire accuse alla classe politica, al sistema televisivo ed anche alla carta stampata. Dalle inquiete scenografie di Burton e dal “finto documentario” della Guzzanti, si passa a pistole e duelli con il film “Sukyiaki Western Django” del giapponese Miike Takashi. Un western che stuzzica gli appassionati del genere, lasciando il tipico scenario americano per uno sperduto villaggio sui monti giapponesi. Nel cast anche il maestro Quentin Tarantino, nel ruolo del feroce pistolero Siringo, al quale andranno tre cammei. Il film rilegge il genere “spaghetti western” alla Sergio Corbucci, per dar vita ad una storia ricca di riferimenti ed ironia. A centinaia di anni dalla battaglia di Dannoura, i clan dei Genji e degli Heike si fronteggiano di nuovo in una povera città di montagna in cui aleggia la leggenda di un tesoro sepolto. Yoshitsune comanda i suoi Genji vestiti di bianco, mentre Kiyomori capeggia gli Heike, in abiti rossi. Trucchi sleali, tradimenti, desideri e, infine, l’amore, si susseguono caoticamente fino alla fine. Solitudine e monotonia per il film del regista spagnolo José Luis Guerin, “‘En la ciudad de Sylvia”. Pochi dialoghi e lunghi sguardi per una pellicola che mette in resalto il senso di estraneità di una giovane straniero che vaga per le vie della città, mentre, meccanicamente, osserva e cattura gesti ed espressioni. Un’estraneità interrotta solo dalla ricerca di una donna conosciuta anni prima, che in maniera visionaria il protagonista cerca nel volto delle altre. Amore fatto di sguardi di ricerche, amore che si innalza a platonico nel film “Beyond the years”, la centesimo pellicola del regista coreano Im Kwon Taek. Il suo nuovo lavoro viene presentato fuori concorso, per la sezione “Venezia Maestri”. Una storia, quella dei due innamorati Dong-ho (Jo Jae Hyun) e Song-wa (Oh Jung Hae), che già dall’inizio potrebbe sembrare impossibile. I due sono stati cresciuti come fratelli nella casa del padre del ragazzo, Yoo Bong, cantante fallito. Istruita a cantante lei e suonatore di tamburo lui, i due si separano ed imboccano vite diverse. Solo più tardi riusciranno a ricontrarsi, in un gioco altalenante tra il perdersi e il trovarsi di nuovo che non sembra avere fine. Ma in questa altalena di emozioni, l’amore tra i due rimane confinato in una dimensione fatta di ricordi e scandita dal ritmo malinconico della loro musica. “Non avevo mai girato un film sull’amore, nè l’avevo considerato – sottolinea Im Kwon Taek -. Ogni volta con una nuova pellicola, c’è soprattutto la sfida a me stesso di riuscire a rinascere rispetto ai progetti precedenti”. Per la categoria Orizzonti, l’ottava giornata del Festival presenta “Andarilho” di Cao Guimarães, che racconta la storia di tre vagabondi solitari, nel nordest di Minas Gerais, che percorrono tragitti differenti, mettendosi in relazione, ognuno a modo suo, con gli elementi di un mondo dove tutto è transitorio. Una pellicola che, ad un movimento quotidiano che è il camminare, accosta l’atto del pensare. Un binomio che si riflette anche nel movimento costante di suoni ed immagini che nel loro alternarsi danno spazio ad una riflessione sulla vita come luogo di semplici passaggi. Ed ancora “Mal nascita” di João Canijo con Márcia Breia, Anabela Moreira, Fernando Luís, Gonçalo Waddington, Tiago Rodrigues. Una storia di dolore e di tormentati ricordi che affliggono la vita della giovane Lucia, una donna sfortunata e sola, eterna vedova di suo padre. Folle, maltrattata e umiliata, sopravvive tormentata dal ricordo del crimine e del tradimento della madre e grida il suo inconsolabile dolore per non dar pace agli assassini del padre.