Roma, 14 set – Mentre 800 mila cacciatori stanno lucidando le doppiette in attesa dell’apertura ufficiale della stagione venatoria, comunque già anticipata in 14 regioni italiane, al centro della Lipu di Roma si cura la prima poiana ferita del nuovo anno, impallinata a Scarafone a Boville Ernica, nel frosinate. Ci risiamo: cacciatori e animalisti sul piede di guerra. I primi rivendicano il diritto a esercitare una pratica “legale, popolare e in mezzo alla natura”, e i secondi rabbrividiscono di fronte a una delle “attività più vili e insopportabili”. Gli animalisti attaccano e presentano alla Camera una petizione per abolire il diritto di accesso dei cacciatori ai terreni privati, una richiesta a sostegno della proposta di legge 1668 presentata da i deputati Bruno Mellano (Rnp), Luana Zanella (Verdi), Marco Beltrandi (Rnp) e Camillo Piazza (Verdi). A puntare il dito contro la norma che consente ai cacciatori di entrare nei terreni privati degli agricoltori sono la Lega anti-vivisezione, la Lega per l’abolizione della caccia, l’Ente nazionale per la protezione animale e l’Organizzazione internazionale protezione animali. In Italia un articolo del codice civile (art. 482) stabilisce che il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l’esercizio della caccia. Ad eccezione che “il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno e si può vietare a chi non è munito della licenza rilasciata dall’autorità”. “Risulta evidente – denunciano le associazioni – che solo gli agricoltori in grado di sostenere i costi per recintare i propri terreni possono garantirsi il diritto alla proprietà, mentre gli altri dovranno subire, da settembre a gennaio, l’invasione di persone armate sui loro campi”. Da un lato ci sono famiglie imbestialite che si svegliano di soprassalto alle sei di domenica mattina per il rumore degli spari (la legge stabilisce che il cacciatore si tenga a una distanza di 100 metri dalle abitazioni) e dall’altro un ipotetico cacciatore che misura l’altezza di un recinto per capire se scavalcarlo o meno perché – stando all’articolo del codice civile – i cacciatori non possono entrare nelle proprietà circondate da un recinto alto 1,20 metri. Più difficile valutare il letto del corso d’acqua che per essere invalicabile “deve essere fondo almeno 1,50 metri e largo non meno di 3”. Si tratta ancora una volta di un’anomalia tutta italiana? E cosa succede negli altri paesi europei? Fino a qualche anno fa la Francia aveva una legge simile, annullata dalla Corte di Strasburgo. Oggi i proprietari dei terreni, sulla base della nuovo regolamento – approvato nel 2000 e molto contestato dai cacciatori – possono rifiutarsi di concedere il diritto di caccia nelle aree private. Inoltre, i proprietari di terreni di almeno 20 ettari possono mantenere per sé il diritto di caccia. In Spagna, secondo paese europeo per numero di cacciatori, un milione, la legislazione è completamente legata al principio della proprietà privata. Ugualmente in Germania dove chi ha la licenza di caccia non può fare nulla se non affitta un terreno dove poter cacciare. “Così la caccia diventa solo per chi ha il portafoglio pieno e può pagare ai privati” ribattono le associazioni dei cacciatori, mentre da noi la “caccia è popolare”. “La possibilità di entrare ai fondi privati solo una volta chiesto il permesso – fa invece notare Massimo Comparotto, presidente nazionale Oipa – è una condizione obbligata nella maggioranza degli stati europei, come Austria, Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Norvegia, Spagna, Svezia, che hanno leggi più severe di quelle italiane”. Come già sottolineato da Bruno Mellano, deputato della Rosa nel pugno, tra i promotori della legge 1668, Carlo Consiglio, presidente della Lac, Lega abolizione caccia, sottolinea che la possibilità per i cacciatori di passare nei terreni privati è retaggio di una legge fascista del 1923, quando si consentì ai cacciatori l’accesso ai fondi privati e “si guardava con favore all’uso delle armi da parte del cittadino”. “In quasi tutti i paesi europei, almeno dal 1830, la decisione spetta ai proprietari dei terreni” apostrofa Consiglio. E aggiunge: “Se la selvaggina fosse ancora di nessuno allora si capirebbe, ma dal 1977 è proprietà dello stato”. Gli fa eco Marco Ciarafoni, presidente del consiglio nazionale Arcicaccia: “E’ proprio perché in Italia la fauna viene tutelata come patrimonio pubblico che le regole devono essere pubbliche, altrimenti la caccia diventa uno sport per ricchi”. Su Internet, poi, non si contano i siti che propongono “vacanze di caccia” per tutti i gusti: 3 giorni di caccia alla beccaccia in Irlanda? Solo 1550 euro, volo incluso. Mentre per cacciatori senza passione e cani poco allenati si sconsiglia la caccia in Montenegro che è solo per gli amanti del genere. Oppure la caccia al cinghiale di 300 chilogrammi in Romania, che visto lo status di paese Ue consente di riportare a casa le selvaggina. Cosa che non è possibile, ad esempio, con le bertucce dall’Iran. In Francia le specie cacciabili sono ben 64, ma sono quasi ovunque vietati i richiami vivi. Dopo la Francia, si possono cacciare più specie in Italia (43, grazie alle ultime deroghe), Svezia (38), Danimarca (35) Grecia (33) Austria (32), Regno Unito (31), Spagna e Germania (30 specie). Il più severo di tutti il Lussemburgo (appena 4 specie cacciabili).
(Cli/Cam)