Roma, 20 set – Oggi il cinema italiano compie 102 anni. Il 20 settembre 1905 si proiettava nella capitale ed esattamente a Porta Pia, luogo della celebre breccia, il film “La presa di Roma” del 38enne Filoteo Alberini, il pioniere del cinema italiano, sottotitolo “20 settembre 1870”. Sebbene sia evidente il fine propagandistico della produzione – in 100 mila persone, nelle quali la coscienza nazionale stava ancora muovendo i primi passi, assistettero alla proiezione delle gesta dei bersaglieri italiani che celebrava il 35.mo anniversario della presa di Roma -, si tratta del primo film a soggetto della storia del cinema italiano perché fino ad allora erano stati prodotti solo documentari, con prese dal vivo di eventi, sulla falsariga del lavoro svolto dai Lumière. Fu appunto di Alberini, inventore tra l’altro del Kinetografo (l’apparecchio per riprendere, proiettare e stampare film che brevettò il 2 dicembre 1895, quasi in contemporanea con la presentazione del primo spettacolo cinematografico, “L’arrivo del treno”, dei fratelli Lumiere avvenuto il 28 dicembre 1895), l’idea di aprire a Roma quello che fu il primo stabilimento italiano di “manifattura cinematografica”, la Alberini Santoni (il secondo cognome è quello del finanziatore, Dante Santoni), poi diventata Cines, in via Appia nuova, dalla cui ceneri (letteralmente: i due teatri vennero distrutti da un incendio nel 1935) sarebbe nata Cinecittà. Dei 250 metri di pellicola de “La presa di Roma”, all’epoca presentata come “grande ricostruzione storica in sette quadri”, ne rimangono solo 75, quattro minuti di proiezione restaurati insieme dalla Cineteca Nazionale e da quella Italiana di Milano. I proprietari dei cinematografi non noleggiavano ma compravano infatti le pizze dei film (La presa di Roma in particolare costata 500 lire) e quindi finirono anche con tagliarle. Fin da ragazzo, nel suo paese natale, Orte, Alberini era stato apprezzato per i suoi esperimenti cinematografici. Nella piazza principale diede le sue prime proiezioni con una macchina la cui cinghia di trasmissione era mossa da una trebbiatrice con motore “a legna”. Dopo “La presa di Roma” Alberini si specializzò nella realizzazione di film storici, in costume, da Maciste a Cabiria, sceneggiato nel 1913 da Gabriele D’Annunzio. Nel 1918 brevetta il “Cinema panoramico Alberini” che fu applicato per le riprese dei film “Madame Talien” e de “Il Sacco di Roma” per la regia di Enrico Guazzoni. Qualche anno dopo, ceduto il brevetto ad una società americana, la pellicola messa a punto da Alberini fu usata e denominata Tecnirama, Todd A-O. Nel 1923 fu la volta dei brevetti per la ripresa dei film a colori e il cinestereoscopico, ovvero il cinema tridimensionale munendo però gli spettatori di appositi occhiali. Un’altra sua invenzione fu la pulitrice meccanica per i film. Secondo lo storico Giovanni Lasi l’attenzione di Alberini verso i temi storici aveva anche una ragione prettamente ideologica, legata alla fede risorgimentale ma anche massonica. E prettamente anticlericale. Alberini, che era maestro di terzo grado della loggia massonica “La Concordia” di Firenze, con “La presa di Roma” voleva offrire al governo di Alessandro Fortis – anch’egli massone – all’offensiva di Pio X che, permettendo ai cattolici di partecipare alla politica, lavorava per favorire la rielezione di Giolitti, in chiave antisocialista. Tra i grandi fautori della proiezione di massa del film figurarono inoltre importanti massoni come Guido Baccelli, ex ministro dell’Istruzione, che arriva addirittura a minacciare il sindaco di Roma in caso di una mancata autorizzazione. Inoltre l’allora ministro della guerra, il generale Ettore Pedotti, che aveva fornito alle riprese del film “soldati, cavalleggeri, artiglierie, uniformi e armi”, finirà per presiedere la Società nazionale di Storia del Risorgimento, voluta appunto dalla massoneria.
(Mgr)