Milano, 14 ott – Il “pirata” della pista ciclabile torna libero. Il giudice per le indagini preliminari del tribunale minorile di Milano ha disposto la scarcerazione per il giovane 17enne accusato di omicidio volontario e omissione di soccorso per la morte di Renzo Giacomella, il bambino di tre anni travolto da una motocicletta otto giorni fa a Bormio, in provincia di Sondrio, mentre si trovava sulla sua bicicletta accompagnato dalla madre. Nell’ordinanza di scarcerazione il gip Marilena Chessa ha respinto la richiesta di misura cautelare del pm, ordinando “l’immediata liberazione” del ragazzo che quella sera si trovava alla guida della motocicletta. A dare la notizia è stato Giuseppe La Capria, il legale del minore ha spiegato come il giudice abbia valutato “colposo”, e non “volontario”, l’omicidio: “Credo che il tribunale dei minori – ha commentato il difensore – abbia dimostrato saggezza e senso di responsabilità. Non si può rovinare un minorenne per un gesto inconsulto. Non poteva prevedere che su una strada vicinale buia e deserta passassero due persone senza torcia, luce, niente”. Ieri sera, il gip di Sondrio aveva concesso gli arresti domiciliari a Luca Martinelli, 18 anni, che quella sera si trovava in sella, senza casco, alla moto guidata dall’amico. Anche il giudice di Sondrio aveva considerato “sproporzionata” l’accusa di omicidio volontario a carico del minore per il quale, ha precisato oggi l’avvocato dopo la sentenza del gip, l’unica prescrizione prevista è ora quella di un percorso di sostegno psicologico. Lo stesso avvocato La Capria, stamani, ha compiuto un sopralluogo lungo la strada della tragedia e, a suo dire, ha avuto conferma che quella non è una pista ciclabile, ma una strada gestita dall’Anas. “Per chi viene da Valdisotto c’è un solo cartello – ha spiegato La Capria, che è anche assessore ai Lavori pubblici del comune di Bormio – su cui è scritto ‘vietato l’accesso ad esclusione dei proprietari e dei conduttori di fondi’”. “Su quella strada – ha aggiunto – non potevano quindi esserci né il mio assistito né la madre con il bambino. Dire che il mio assistito poteva accettare il rischio di uccidere qualcuno, percorrendo quella strada, per sostenere il dolo eventuale e ‘omicidio volontario’, è abnorme”.