Roma, 24 ott – L’avvio della discussione sulla Finanziaria in Senato e la “quasi” crisi innescata dall’eterna polemica tra i ministri Clemente Mastella e Antonio Di Pietro impongono al mondo politico una riflessione sul futuro che si sta rapidamente configurando. Il governo, come già successo altre volte dall’inizio della legislatura, è in bilico e, in occasione delle tante votazioni che si susseguiranno a Palazzo Madama sulla legge di bilancio per il 2008, le insidie si moltiplicano giorno dopo giorno. Il margine è risicatissimo e il momento è delicato. Oggi, mentre in Aula si stanno discutendo e votando gli emendamenti presentati alla Finanziaria dall’opposizione (quelli della maggioranza sono stati ritirati), continua il confronto politico sugli eventuali scenari riguardanti l’immediato futuro, soprattutto nel caso in cui questo riservi sorprese negative per il governo. In caso di caduta di Prodi due sono le ipotesi che stanno dividendo il mondo politico e tutta l’opinione pubblica. La prima, portata avanti da quasi tutta l’opposizione, è che si vada subito alle urne, apportando delle piccole modifiche all’attuale legge elettorale, come il premio di maggioranza su base nazionale al Senato. La seconda, sostenuta da parte della maggioranza e da qualcuno nell’opposizione, è che al governo attualmente in carica ne faccia seguito un altro di tipo istituzionale, che si incarichi di portare a compimento il varo di una nuova legge elettorale, cui vengano allegate anche le necessarie riforme costituzionali. Oggi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è tornato ad auspicare che si raggiungano delle “indispensabili intese su temi di riforma politico istituzionale”. Ma, ancora una volta, questo appello rischia di rimanere inascoltato. Da una parte il mancato accordo dentro l’Unione per una legge elettorale condivisa, dall’altra la minaccia di crisi di governo, acuita dalla diatriba Mastella-Di Pietro sul caso De Magistris, hanno convinto anche quella parte d’opposizione che lasciava aperte le porte del dialogo a spingere per accelerare la caduta del governo. La disponibilità manifestata dal capogruppo della Lega alla Camera Roberto Maroni sul federalismo fiscale e da Umberto Bossi sulla riforma elettorale, per esempio, sembra ora un ricordo. Il senatur ha detto di sentire “aria di fine governo”, sottolineando come non ci sia più tempo “per fare la legge elettorale”. Il Carroccio si pone così sulla stessa linea di Forza Italia e, anche se con minore entusiasmo, di An (il capogruppo al Senato Altero Matteoli ha detto di voler accogliere l’appello di Napolitano, ma solo dopo il voto). Sarà per gli ottimistici annunci di Berlusconi, che ha predetto la caduta dello stesso entro il 14 novembre, o forse semplicemente per la convinzione che la maggioranza non reggerà alla prova delle Finanziaria, la Lega sembra aver escluso definitivamente le possibilità di collaborazione con l’Unione. Nel centrodestra, a chiedere che, in caso di caduta di Prodi, si formi un governo di transizione che si incarichi di scrivere una legge elettorale degna di questo nome, è rimasto dunque solo l’Udc. Nella maggioranza le posizioni sono molteplici. Fausto Bertinotti oggi ha corretto il tiro rispetto alle sue stesse dichiarazioni di ieri auspicando che questo governo arrivi a fine legislatura. “In caso contrario – ha sottolineato il presidente della Camera – spetterà al presidente Napolitano prendere una decisione”. L’ex segretario del Prc ha però ribadito che “non si può andare a votare con una legge elettorale che tutti considerano negativa”. Gran parte delle forze dell’Unione ribadiscono con forza che “dopo Prodi c’è solo il voto”: il segretario del Pdci Oliviero Diliberto ha sottolineato che “i governi tecnici sono contro tutto ciò che dovrebbe desiderare la sinistra”. Il nodo, anche in questo caso sembra essere la legge elettorale. Nell’ultimo periodo l’ipotesi di un proporzionale puro alla tedesca ha preso quota, ottenendo un consenso trasversale dentro la maggioranza. A sostenere una riforma da approvare in fretta in questa direzione sono il Prc, l’Italia dei valori e buona parte del Partito democratico. L’ipotesi, però, non sembra convincere il neosegretario del Pd Walter Veltroni. Il sindaco di Roma ha annunciato che non avendo intenzione di “partecipare ai teatrini della politica” chiarirà la sua posizione sabato a Milano in occasione della prima riunione dell’Assemblea costituente del Partito democratico. C’è da scommettere che da domenica 28 l’interminabile e logorante discussione sulla legge elettorale conoscerà l’inizio di una nuova fase.
(Clg/Caf)