Roma, 12 nov – In particolare, secondo l’accusa del procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, che ha chiesto nel maggio scorso il rinvio a giudizio dei tre alti ufficiali, al colonnello Di Pauli si contesta di non aver adeguatamente protetto l’ingresso della base con posti di sbarramento e altre misure di sicurezza, ma anche di aver consentito che la riserva di munizioni venisse posizionata all’ingresso della base. Per i generali Lops e Stano, invece, l’accusa riguarda la mancata predisposizione di un dispositivo di difesa idoneo nel suo complesso, anche in relazione a una serie di allarmi relativi a possibili attacchi. L’attacco al quartier generale italiano rientrava in un’ottica di aggressione alle “truppe occupanti dell’Iraq”. Insieme con Haji Thamer, ucciso successivamente in un attentato a Falluja, Al Kurdi, il cui ruolo nell’organizzazione era quello di gestire gli aspiranti kamikaze, preparò materialmente il camion imbottito di esplosivo che finì contro la base militare italiana. L’operazione fu preceduta da una serie di sopralluoghi, durante i quali i due avrebbero verificato che le misure di sicurezza della base “erano scarse”. L’attentato venne però rinviato perché il camion, guidato da Thamer e carico di 3.500 chili di esplosivo, venne bloccato dalla polizia. Il terrorista ne tornò in possesso proprio il 12 novembre 2003, giorno della strage, corrompendo i poliziotti iracheni con 300 dollari. Mentre Thamer restò sul posto per documentare l’esito dell’esplosione, a farsi saltare in aria alla guida del camion-bomba sarebbero stati Abu Zubeir al Saudi e l’algerino Bellil Belgagem. Il via libera all’operazione, ha rivelato lo stesso Al Kurdi, arrivò dal Consiglio religioso della “Shura” per il tramite di Al Zarqawi, appoggiato dagli estremisti sunniti. La missione suicida sarebbe stata finanziata da un professore di teologia che lavora all’ateneo di Bagdad. Un’altra ipotesi porta verso il coinvolgimento di una cellula terroristica libanese molto vicina agli ambienti di Al Qaeda.
(Grm)