Roma, 23 nov – “Alla tragedia di Monongah sopravvissero anche due minatori italiani, Orazio De Petris e suo figlio Angelo, entrambi originari di Pescocostanzo”. E’ l’ultima scoperta di Joseph L. Tropea, il professore emerito di sociologia della George Washington University vincitore del Premio Monongah 2007 istituito dalla Fondazione Italia nelle Americhe e da Gente d’Italia. “Fino ad oggi – spiega il professore a Gente d’Italia – si era ritenuto che l’unico sopravvissuto a quel tragico evento fosse un minatore polacco, ma grazie al lavoro di un gruppo di ricercatori lucani, Maria Teresa Gino, Antonella Consoli ed Angela Vietri, si è potuto stabilire che si salvarono anche De Petris e suo figlio Angelo”. Il professor Tropea ricostruisce le successive tappe della vita dei due superstiti. “I De Petris tornarono in Italia nel 1908, lasciando invece Felice, il secondogenito di Orazio, vittima del disastro e sepolto nel cimitero di Monongah”. Tropea ne approfitta per ringraziare la giuria “che mi ha voluto assegnare il Premio Monongah, e poi il giornale Gente d’Italia, il suo direttore Mimmo Porpiglia e tutta la redazione per aver fatto conoscere a tutto il mondo questa immane tragedia italiana e americana”. Il professore, arriverà domani in Italia, invitato da ‘Gente d’Italia’, per ritirare i 5000 dollari del Premio Monongah. “Era giusto che toccasse a lui perchè Tropea ha passato trent’anni a fare ricerche su Monongah. Trent’anni a leggere rapporti ingialliti e consumati dal tempo, tre decenni come un topo tra vecchi volumi di biblioteche e ‘piste’ da battere come un segugio instancabile – ha spiegato il direttore di Gente d’Italia Mimmo Porpiglia – e sono contento che anche la giuria ha deciso all’unanimità di attribuire proprio al professor Tropea il Premio Monongah 2007”. La ricostruzione che, dopo anni di dure ricerche, Tropea ha fatto della tragedia di Monongah è chiara e lucida. “Li hanno ammazzati – racconta- non sono morti per fatalità, una delle tante fatalità che accompagnano il lavoro dei minatori. Ora posso dirlo: a Monongah non fu una disgrazia, ma un vero e proprio assassinio”, sostiene l’esperto. E aggiunge: “Lasciamo stare cosa c’è scritto nelle carte di allora. Su quanto venne determinato dalla Commissione è legittimo alla luce di tanti nuovi elementi avanzare molti dubbi”. I minatori forse erano ignoranti, “ma ci tenevano a vivere e il fatto stesso di aver scelto un lavoro così duro dice molto sul tipo di persona che a quel tempo scendeva in miniera”. Si trattava, insomma, di gente che sapeva a cosa andava incontro e metteva nel proprio sacco, ogni mattina, anche il calcolo del rischio cui esponeva momento per momento per interminabili ore di lavoro, la propria carne. Cosa è accaduto allora, secondo la ricostruzione del professor Tropea? “Il giorno prima della tragedia si era festeggiato San Nicola. Molti minatori, soprattutto polacchi, non erano andati al lavoro perché avevano alzato il gomito il giorno prima. La miniera era rimasta chiusa. E per risparmiare energia elettrica anche gli areatori erano rimasti chiusi. Forse si accumulò del gas…”. Attenzione, però. “Non pensate – avverte il sociologo – che minatori esperti si facessero cogliere impreparati da una fuga di gas. No. La miniera era già satura. Gli aereatori erano stati messi in funzione poche ore prima. E il gas era tanto, tanto… “. Non finisce qui. “Oltre a questo – racconta ancora Tropea – ho scoperto anche che una buona parte dei parenti dei minatori italiani morti a Monongah non ha mai ricevuto alcun indennizzo. Ho speso anni ed anni della mia vita a cercare i figli e i nipoti delle vittime di Monongah. Volevo scoprire come avevano vissuto dopo la morte dei propri cari, ma soprattutto appurare se avevano ricevuto la somma loro destinata dalla Compagnia proprietaria della miniera”. La Faimont Coal Company istituì un fondo a favore delle vedove e degli orfani dei minatori morti nell’esplosione, “io volevo scoprire se i soldi erano veramente arrivati…”
Così nei suoi continui viaggi in Italia, il professor Tropea ha visitato tutti i paesi da cui provenivano i minatori morti a Monongah: San Giovanni in Fiore, Frosolone, ha percorso tutto il Sannio e poi Castrovillari e gli altri paesini. “Ho rintracciato – fa sapere l’esperto – dopo anni ed anni molti dei loro figli. Ho raccolto testimonianze, alcune molto toccanti. Ho scritto a sindaci e visitato tutti gli uffici dell’anagrafe per ricostruire la storia delle famiglie. Un lavoro bellissimo e tutto frutto dei miei risparmi. Non ho ricevuto alcun aiuto economico. Da nessuno. Ho preso un anno di aspettativa dall’Università dove insegno e sono andato in giro per l’Italia”. Cosa ha scoperto il professor Tropea? “Che lo scoppio quasi certamente venne causato da presenza di eccessivo gas nella miniera, gas che non fu espulso dai generatori d’aria perché furono messi in funzione solo poche ore prima dell’ingresso dei minatori. Ma quello che è ancora più grave è che molti, anzi quasi tutti i figli dei minatori morti non hanno ricevuto nulla dei soldi loro destinati dal fondo. Eppure la compagnia nel documento riassuntivo cita i nomi degli orfani e delle vedove e la corrispettiva somma di denaro loro rilasciata…”. Così ad esempio nel libro è annotato che Maria D’Aquino, vedova di Giuseppe Bonasso, con quattro figli (Luigina, Enrico, Battista e Giovanni) ricevette dalla compagnia la somma di dollari 734, 25. “Ho rintracciato il figlio di Giuseppe Bonasso, e mi ha giurato di non avere avuto alcun soldo dalla Compagnia. Nulla di nulla…”. Perché anche la beffa? “Molte donne – spiega il professore della George Washington University – le vedove dell’epoca, erano analfabete. Non sapevano né leggere né scrivere, e dunque una volta che le rimesse a loro favore arrivarono non fu difficile stornarle a qualcun altro. Bastava mettere una croce…”. Gli orfani e le vedove di quegli uomini morti in miniera vennero crudelmente ingannati. “Ad alcuni diedero pochi dollari. A una vedova venne data una mucca al posto dei soldi…”, fa ancora sapere, con amarezza, Salvatore Tropea. A giudizio del sociologo, “la tragedia di Monongah deve comparire sui libri di scuola. Perché è una pagina della nostra storia. Della storia dell’emigrazione italiana. Come Marcinelle. Più di Marcinelle”. La Turchia, che in quella tragedia ha avuto quattro morti, “solo” quattro morti, ha fatto costruire a Monongah un mausoleo.“Solo l’Italia – accusa giustamente il professor Tropea – non era ancora intervenuta, ma grazie alla testimonianza di Gente d’Italia finalmente anche le autorità italiane si sono mosse…Grazie, grazie per aver ridato dignità a quei poveri nostri compatrioti”.
(Sis)