Roma, 30 nov – Quando una multinazionale deve decidere dove investire qualche miliardo di dollari, identità nazionali diverse competono tra di loro; ogni volta che un consumatore si trova a decidere quale lettore dvd acquistare, sapendo solo che uno è giapponese e l’altro turco, le identità competitive stanno lavorando; quando noi tutti stabiliamo dove andare in vacanza scegliamo in base alla reputazione delle nazioni.“È un punto fermo dell’identità competitiva che i paesi debbano guadagnarsi la loro reputazione e non costruirla”, scrive Anholt nel libro, “ma sembra perfettamente legittimo prendersi la briga di occuparsene”, aggiunge, chiarendo così che il processo di branding territoriale non è una manipolazione di marketing, ma il risultato di una strategia, implementata attraverso politiche pubbliche e comportamenti privati coerenti. “Creare un’identità competitiva per un paese, per una regione o una città consiste per l’80% in innovazione, per il 15% in coordinazione e per il 5% in comunicazione”, asserisce ancora l’autore, già consulente del governo britannico per l’immagine nazionale e consigliere di governi di ogni parte del mondo, dall’Olanda alla Giamaica, dalla Germania al Bhutan e alla Nuova Zelanda.
(Sis)