Roma, 7 dic – Tornano i Led Zeppelin: lunedì prossimo la O2 Arena di Londra sarà teatro di un evento storico, la reunion di uno dei gruppi più importanti della storia della musica rock, capaci di influenzare dagli anni ’70 in poi generazioni di musicisti creando una crasi perfetta tra l’anima più nera del blues e quella più intensa del rock bianco. La voce tanto angelica quanto “demoniaca” di Robert Plant, gli immortali riff di Jimmy Page, le magie armoniche di John Paul Jones torneranno protagoniste, per ora soltanto nell’appuntamento londinese, per regalare di nuovo quelle emozioni che hanno reso gli Zep un gruppo unico nel panorama storico del rock. La reunion, da tempo annunciata, completa il quadro dei grandi ritorni sul palcoscenico: negli ultimi anni, dai Police ai Genesis, dagli Who alla performance dei Pink Floyd con Roger Waters nell’ultimo Live Aid, tutti i big della musica sono tornati a calcare il palco insieme. Ma quello dei Led Zeppelin è forse il rientro più atteso, e per diverse ragioni. Innanzitutto, si è di fronte a una band che aveva deciso di sciogliersi non per decaduta fama ma perché aveva perso il membro che era il vero motore del proprio sound: il batterista John Bonham, deceduto la sera del 25 settembre del 1980 per eccesso di alcol. La leggenda (di tale si tratta visto che mancano conferme ufficiali) vuole che Bonham sia morto in una stanza di albergo di Parigi dopo aver ingerito qualcosa come 40 bicchieri di vodka. La sua morte fu un colpo fatale per la band, che annunciò lo scioglimento qualche mese più tardi. Da lì, solo qualche breve apparizione insieme, ma mai un serio tentativo di riformare il gruppo. Perché ora, dunque? Al di là del fattore commerciale dell’operazione (biglietti andati a ruba, greatest hits e libri sulla carriera), c’è soprattutto il desiderio di riaffermare una precisa identità alla parola rock’n roll, in tempi di assoluto spaesamento e impoverimento a livello creativo. I Led Zeppelin hanno sempre fatto scuola nel loro genere: l’apparente distacco dal sociale nei testi, il modo esplicito e assolutamente sensuale di parlare d’amore, l’incredibile capacità di tessere trame musicali che spaziassero dal rock al sinfonico, il geniale approccio chitarristico di Page sono stati un tratto distintivo che, negli anni, in molti hanno cercato di copiare senza mai riuscirvi. Basta prendere come esempio l’estrema efficacia di un brano come “Stairway to heaven”, il più famoso del repertorio zeppeliniano: una canzone che flirta per buona parte con la musica barocca per poi spalancare, in un finale travolgente, le porte dell’inferno creando quel sound che ha dato (insieme ai lavori dei primi Black Sabbath) i natali all’hard rock e all’heavy metal. Poco importa, dunque, lo “stato di conservazione” dei tre idoli britannici. La stampa, dal giorno in cui è stata comunicata la reunion, si è scatenata in pettegolezzi di ogni genere: sembra che i brani in scaletta, peraltro blindatissima, siano stati abbassati di diversi toni per permettere a Plant, evidentemente non più nella stessa forma di allora in tema di estensione vocale, di non incappare in stecche. Il concerto, inoltre, ha subito un rinvio dalla data fissata all’inizio per la frattura di un dito di Page, avvenuta in un banale incidente domestico. Eppure, il dubbio che lo show non si rivelerà un momento magico, non è mai balenato nemmeno nella mente dei giornalisti più critici nei confronti delle operazioni-revival. Questo perché, in tempi di buio creativo, rinverdire le radici può essere un segnale importante per il rock. Al tempo dei Led Zeppelin i dischi, dopo averli “divorati” a furia di suonarli, si giravano al contrario per captare eventuali messaggi esoterici e subliminali che aumentavano il fascino e il mistero delle band. Riuscireste a farlo ora con un iPod?
(Mcl)