Roma, 16 lug – A concludere l’opera, una approfondita riflessione sull’Italia, oggi diventata terra di immigrazione, “perché chi fa l’esperienza del migrare, ieri ed oggi, si pone di fronte a se stesso, alla propria identità, la mette in gioco. Compie un ‘viaggio’, un doppio viaggio, che dura una vita, tra la propria, privatissima dimensione psichica e quella esterna… Questo implica sfaccettature complesse, tante costanti ed alcune variabili (oggi l’immigrato è in genere più alfabetizzato), ma all’esperienza del partire, migrare, sono sempre intimamente connesse delle dicotomie, che vibrano tra dolore della separazione, dello strappo, e aspettative per il futuro. Mobilità e nostalgia. Radici e senso del futuro. Intime contraddizioni che fanno tremare le basi esistenziali e le motivazioni, anche le più ragionate. Contraddizioni che scavano a fondo. Strappi tra il cuore, la ragione e la memoria. Un’esperienza, quella di chi è dovuto emigrare, che amplia la capacità di ‘sguardo’ su sé e il mondo”. Un lavoro di ricerca e analisi intenso, durato circa quattro anni, che di certo ha lasciato dei “segni” anche in Tiziana Grassi per la quale, “grazie agli anni di lavoro a Rai International, entrare a contatto con i connazionali all’estero ed il loro universo emotivo, sociale, culturale, mi ha cambiato letteralmente la vita e il mio modo di vederla. Un’esperienza straordinaria, una vertigine. Quella stessa capacità di ‘sguardo ampliato’ che ho riscontrato (e condiviso empaticamente, prima ancora che professionalmente) in chi è emigrato, in chi ha vissuto il dolore e il coraggio della partenza, mi ha sempre più coinvolto, fino ad assumerla. Oggi, a distanza di anni da quando è partito questo progetto, dopo tanti contatti con studiosi, ma soprattutto dopo aver conosciuto maggiormente e direttamente gli emigrati, le loro storie connotate da successo sociale o da rassegnato dolore per il distacco dall’Italia, alle prese con problemi di spaesamento o da quelli burocratici dovuti alla distanza, dopo aver partecipato al vissuto emotivo dei loro figli, nipoti, e pronipoti che interpellano il proprio io alla ricerca di risposte sulla propria storia di famiglia (tra adesioni o rimozioni), sono una persona diversa, ho progressivamente assunto in me quello ‘sguardo ampliato’, la capacità di soffrire e gioire con loro, di entrare dentro una singola storia di vita in tutte quelle infinite sfaccettature che la compongono, la ricerca di un senso a percorsi umani di (e)migrazione, che sono spesso sospesi, indotti, interrotti, ma sempre straordinari percorsi, e perciò palpitanti di vita, di segni, emozioni, nell’esplorazione di sé e del mondo. Di tutto questo non sarò mai abbastanza grata a tutti loro”.
(Sis/Dpo)