Roma, 18 lug – Una guida per conoscere quali pesci non
bisogna comprare e quali, con le dovute attenzioni, si “possono” consumare. E’
questo il contenuto della “Guida ai consumi ittici”, realizzata
dall’organizzazione ambientalista Greenpeace che ha stilato una vera e propria
“lista rossa” in cui sono finiti il tonno pinna gialla, il tonno rosso, il
pesce spada, il merluzzo (importato come baccalà o stoccafisso) e i gamberoni
tropicali. Date le condizioni generali della produzione ittica non è stato
invece possibile stilare una vera e propria “lista verde”, per questo
Greenpeace suggerisce una serie di principi da seguire per rendere il consumo
di pesce più sostenibile. Per tonni, pesce spada e merluzzo il problema
principale è lo stato disastroso delle risorse, peggiorato ulteriormente dalla
pesca pirata. I gamberoni tropicali, invece, provengono da pratiche di
acquacoltura che danneggiano la fascia costiera intertropicale, cui si
associano gravi violazioni dei diritti umani. Anche per le specie nella
“lista rossa” esistono, però, eccezioni che devono essere sostenute,
come ad esempio la pesca tradizionale al tonno rosso delle tonnare fisse. “Gran
parte del prodotto ittico nazionale deriva dalla pesca a strascico o
dall’acquacoltura” avverte Alessandro Giannì, responsabile della campagna Mare
di Greenpeace. “Nel mondo reale non esiste il bianco e il nero: non tutta la
pesca a strascico ha lo stesso livello di impatto, anche se si tratta di un
sistema di pesca generalmente distruttivo, e non tutta l’acquacoltura è sostenibile”.
Per orientarsi verso scelte più sostenibili, ecco una serie di consigli per i
consumatori: chiedere sempre informazioni sul prodotto (es. se proviene da
strascico o pesca artigianale); orientarsi sul pesce azzurro (alici, sardine,
sgombri) e sulle cozze; evitare sempre pesce sotto taglia; per orate e spigole
di acquicoltura preferire i prodotti italiani (costano di più ma la qualità è
superiore e, di solito, gli impatti inferiori). ”La regola fondamentale è
quella di informarsi: i consumatori hanno il diritto-dovere, di sapere cosa
comprano e a quali costi ambientali e sociali – conclude Giannì -. Con la loro
pressione i consumatori possono modificare i processi produttivi a favore della
sostenibilità”.
(Sab)