Adesso anche il mondo arabo alza la voce. Dopo i richiami arrivati dai Paesi occidentali, le repressioni governative in Siria – accompagnate dall’uso ingiustificato di mezzi militari contro i civili – hanno fatto infuriare Turchia e Iraq. Dopo la presa di posizione di Arabia Saudita, Bahrein e Kuwait, che hanno richiamato i propri ambasciatori, il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, è volato a Damasco per esporre le proprie preoccupazioni in un faccia a faccia col presidente siriano Bashar al Assad. Due ore di incontro che sono servite all’emissario turco per esprimere ad Assad tutta l’irritazione del premier Recep Tayyip Erdogan, che ha detto di considerare la crisi siriana come “un problema interno della Turchia”, al punto di poter valutare un eventuale sostegno alle azioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E non è tutto. Perché all’irritazione turca si è affiancata quella irachena. “I sanguinosi eventi che stanno accadendo in Siria ci spingono a chiedere che il governo siriano metta fine al bagno di sangue, perché il governo è responsabile di proteggere il popolo”, ha detto il presidente del Parlamento, Osama al-Nujaifi. Un avvertimento più che una semplice condanna. L’ennesimo invito a uno stop alla violenza che, se dovesse risultare ancora ignorato, potrebbe innescare a ruota una serie di azione militari concordate da Onu e Paesi arabi. La conta dei morti però non si arresta. L’osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) ha comunicato l’uccisione di una donna, di un giovane e di almeno altri 15 altri civili in diversi quartieri di Deir ez-Zor, a 450 chilometri da Damasco. Secondo gli attivisti la città sarebbe sotto assedio da almeno due giorni. Notizia che – ovviamente – è stata subito smentita dal regime di Assad.
(Ram – 9 ago)