(27 mar) – Prima della crisi, nel 2008, il settore privato del Veneto creava per i giovani 77 mila posti di lavoro all’anno, 30 mila per stranieri e 47 mila per italiani. Poiché 20-25 anni fa nel Veneto nacquero solo 40-45 mila bambini, ciò significa che nel 2008 il sistema economico del Veneto – oltre a garantire la piena occupazione ai giovani autoctoni – per funzionare ha avuto bisogno anche di 34 mila giovani “foresti”: 4 mila italiani, per lo più meridionali, e 30 mila stranieri, provenienti da tutto il mondo. Solo due giovani su cinque iniziavano a lavorare con un contratto a tempo indeterminato o di apprendistato, ma tutti gli altri comunque lavoravano, nella ragionevole speranza che – come accaduto nel decennio precedente ai loro fratelli maggiori – il precariato si trasformasse presto in un impiego stabile. Con la crisi, questa formidabile macchina da lavoro si è inceppata. Rispetto al 2008, i nuovi lavoratori dipendenti sono stati 30 mila in meno nel 2009 e 33 mila in meno nel 2010. Nel biennio orribile 2009-10 (ma nel 2011 le cose non sembrano cambiare), il Veneto è riuscito a creare ogni anno solo 40-45 mila nuovi posti di lavoro per i giovani, sufficienti a mala pena per impiegare le leve demografiche autoctone. In realtà, anche nel 2009-10 (esattamente come nel 2008) il 39% di questi nuovi assunti sono stati giovani stranieri che per la prima volta trovano lavoro in Italia, sia perché i giovani italiani – anche in questi anni di crisi – possono permettersi di rifiutare posti di lavoro ritenuti non all’altezza delle loro aspettative, sia perché in Veneto molte imprese ricercano giovani stranieri piuttosto che giovani italiani, e non solo per mansioni di fatica. Durante la crisi, la bilancia pende sempre più a favore del lavoro a tempo determinato, che nell’ultimo triennio interessa due nuovi assunti su tre. Ne parla su neodemos.it Giampiero Della Zuanna, dell’università di Padova.
Fonte:
http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=588
