“Le tasse che danneggiano di meno la crescita sono quelle sulla proprietà, come l’Imu, mentre le tasse che, se abbassate, favoriscono di più la ripresa e l’occupazione sono quelle sul lavoro”.
Potrebbe essere questo il manifesto di Pier Carlo Padoan, che ha insegnato economia in Italia, Argentina, Giappone, Polonia e Belgio, si è occupato della fondazione dalemiana Italiani Europei, è stato direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale, da 7 anni è vicesegretario generale dell’Ocse a Parigi, e dopo essere stato proposto dal governo Letta alla guida dell’Istat ora è stato nominato da Renzi e Napolitano ministro dell’economia.
Nonostante il curriculum, è difficile definire Padoan un ministro tecnico. Nel marzo di due anni fa, sentito dalla commissione Bilancio della Camera, disse che la lotta alla corruzione dovrebbe assolutamente entrare nel pacchetto di riforme prioritarie per l’Italia, perché rappresenta un costo elevato in termini di perdita di competitività delle imprese.
Mentre sembrava che tutto potesse essere sacrificato sull’altare del pareggio di bilancio, Padoan faceva presente che di austerità un paese può morire e che era necessario misurare l’impatto dei tagli sulla crescita e sulla diseguaglianza.
Convinto che occorra riformare il sistema fiscale per detassare il lavoro, Padoan ha schierato l’Ocse su posizioni intransigenti nel contrasto ai paradisi fiscali. Da Parigi ha chiesto all’Italia di allargare la rete di protezione sociale e di procedere con più coraggio sulla strada delle liberalizzazioni, di tutelare maggiormente il reddito dei lavoratori e meno il posto di lavoro in sé, Ma soprattutto si è detto convinto che la cosiddetta patrimoniale servirebbe al rilancio della nostra economia se accompagnata da una riduzione delle tasse sul lavoro.
Dette da Parigi molte di queste cose fecero scalpore, figuriamoci se ripetute da Roma, via XX settembre (21 feb).