(18 dic) Nei giorni scorsi in Toscana la Cgil ha organizzato per la prima volta una serie di cosiddetti “scioperi a rovescio”, una forma di protesta simbolica e pratica messa in atto dai disoccupati che decidono di impiegare volontariamente e gratuitamente la propria forza lavoro in opere di pubblica utilità.
E’ accaduto a Follonica, dove si è sistemata una rotonda; a Pistoia, dove è stata garantita l’apertura straordinaria di alcuni musei; a Carrara, dove è stata imbiancata una scuola danneggiata dall’alluvione; a Siena, con le pulizie della fortezza; ad Arezzo con la raccolta e distribuzione di cibo per i bisognosi.
Nel dopoguerra, tra il 1949 e il 1952, lo sciopero a rovescio fu spesso utilizzato come mezzo di pressione sul governo per ottenere l’assorbimento della manodopera disoccupata tramite interventi statali nel settore dei lavori pubblici.
Lo sciopero a rovescio – spiega il giornale della Cgil, Rassegna.it – era sembrato a Di Vittorio lo strumento più adatto per affrontare una delle contraddizioni più evidenti nell’Italia di allora: la coesistenza di oltre due milioni di disoccupati con intere aree insufficientemente dotate di reti stradali e fognarie, bisognose di opere di edilizia popolare e scolastica o di interventi di bonifica idraulica e agraria.
Oggi la situazione è analoga e forse peggiore. I disoccupati sono più di 3 milioni e l’elenco delle cose da fare per mettere in sicurezza e migliorare l’Italia si è allungato. La differenza con il 1952 è che oggi tutto ciò che lo Stato potrebbe investire serve invece a pagare gli interessi sul debito, reso insostenibile da anni di malgoverno e di evasione fiscale.