Quand’era sostituto procuratore a Palermo, Alfonso Sabella contribuì alla cattura di molti mafiosi e allo smantellamento del loro sistema di riferimento. Da cento giorni fa l’assessore alla legalità del Comune di Roma, chiamato dal sindaco Marino dopo il ciclone dell’inchiesta mafia capitale.
Intervistato da Guido Ruotolo sulla Stampa, Sabella dice che a Palermo la macchina amministrativa era, almeno formalmente, regolare, mentre a Roma è totalmente fuori controllo. Racconta Sabella che quando ha preso possesso del suo ufficio al Campidoglio ha trovato una ventina di gare con procedure a evidenza pubblica, cioè quelle gare che prevedono il bando, la commissione giudicatrice, la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Una ventina a fronte di almeno diecimila procedure negoziate, cottimi fiduciari, affidamenti diretti, somme urgenze.
La patologia – osserva l’ex magistrato ora assessore – è quella che di fronte a un ceto politico locale scarsamente preparato c’è una burocrazia comunale in grado di amministrare, decidere, scegliere senza che nessuno possa ostacolarla. Cosicché oggi a Roma – ma si suppone anche altrove – dobbiamo parlare di microtangenti ai burocrati e di briciole ai politici.
Con una direttiva di giunta, Sabella ha azzerato la possibilità di attivare le somme urgenze e gli affidamenti diretti.
Anche per il commissario anticorruzione Raffele Cantone, che se ne occupa nel suo recente libro “Il male italiano”, occorre arginare lo strapotere della burocrazia locale. E poiché prevenire è meglio che curare, tra le proposte di Cantone c’è quella di togliere ai Comuni la gestione dei concorsi, soprattutto se ci sono in ballo uffici delicati e posizioni di vertice. Un funzionario dei vigili urbani, ad esempio, ha un grande potere, è ufficiale di polizia giudiziaria, e non dovrebbe più essere designato sulla base della fedeltà ai politici del posto. (8 apr)