Ridurre gli orari e ripartire il lavoro è il modo principale con cui i governi europei più avveduti hanno difeso l’occupazione in questi anni di crisi. Il tema degli orari è stato affrontato con modalità diverse; ma ovunque, a partire dal 2008 si è progressivamente esteso il ricorso al cosiddetto short time work – orario di lavoro ridotto – introdotto con leggi o accordi contrattuali allo scopo di difendere occupazione e redditi.
Il caso più significativo è quello della Germania, dove nella sola Volkswagen sono stati salvati 30 mila posti grazie al Kurtzarbeit, l’orario corto. La riduzione per tutti dell’orario è stata ovviamente accompagnata da una riduzione del salario, parzialmente compensata con un intervento del Governo. Nel 2009, anno della peggior crisi tedesca, il Pil scese del 5,5%, le ore lavoro scesero da sessanta a cinquantotto miliardi ma l’occupazione non si mosse. Lo Stato impegnò 5 miliardi per sostenere il reddito di 1 milione mezzo di lavoratori, salvando quasi 500mila posti. Ma ci sono anche altre modalità per salvare il lavoro intervenendo sugli orari: i contratti di solidarietà o le cosiddette “banche ore”, che prevedono flessibilità e la progressiva abolizione di quel lavoro straordinario che invece in Italia viene incentivato.
Il centro studi Nuovi Lavori – nel cui comitato scientifico troviamo Carlo Dell’Aringa e Giuseppe De Rita, Tiziano Treu e Raffaele Morese – ha documentato come mettendo in relazione la durata degli orari ed il tasso di occupazione dei vari paesi si ottiene il risultato che i paesi con più alto tasso di occupazione sono quelli che hanno gli orari più bassi.
In Italia, la durata del lavoro supera di 300 ore quella dei paesi del Nord Europa, e questo costa – secondo la newsletter del centro studi – quasi 3 milioni di occupati in meno nel solo settore del lavoro dipendente. (24 apr)