L’operazione Sophia della missione Eunavfor Med vedrà presto aggiungersi l’apporto di Austria e Portogallo “raggiungendo così quota 24 paesi sui 27 dell’Unione:” per un totale di 1700 unità di personale, “di cui 700 italiani”. Ad annunciarlo è stato l’ammiraglio Enrico Credendino, Operation Commander della missione Eunavfor Med, nel corso di una audizione presso le commissioni congiunte Difesa di Camera e Senato. L’operazione Sophia, nata all’indomani dell’affondamento a Nord della Libia di un peschereccio con oltre 700 migranti avvenuto lo scorso 18 aprile, è entrata dallo scorso ottobre nella seconda della sue quattro fasi, quella durante la quale gli assetti della task force precedentemente istituita potranno procedere, nel rispetto del diritto internazionale, a fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti di imbarcazioni sospettate di essere usate per il traffico o la tratta di esseri umani. Nel fare il punto della situazione in Parlamento, l’ammiraglio Credendini ha spiegato che attualmente “le rotte migratorie sono principalmente tre: Africa subsahariana, Corno d’Africa e Medio Oriente. I mediorientali ora non riescono più a entrare dall’Egitto, ed è una delle ragioni per cui è aumentato il traffico sulla rotta balcanica. Tutti vanno verso la Libia. In Africa subsahariana vi sono delle vere e proprie ‘agenzie di viaggio’, che organizzano lo spostamento dei migranti. Chi parte dal Corno d’Africa deve invece attraversare mesi di deserto e ci sono moltissime persone che muoiono”.
IL VIAGGIO Particolarmente drammatiche sono le condizioni in cui il viaggio viene intrapreso: “Si tratta di viaggi che vanno dai 6 ai 18 mesi, buona parte dei migranti hanno i soldi solo per arrivare in Libia, poi lavorano come schiavi per alcuni mesi per poter ripartire. In questo contesto, la condizione femminile è particolarmente difficile, sanno che saranno abusate più volte durante il viaggio e sono spesso alla mercé dei mercanti. Molte forte è anche il problema dei bambini non accompagnati, un traffico dell’8%”. La rotta più pericolosa rimane quella da Sud, via mare: “l’anno scorso sono morte almeno 3mila persone principalmente per il ribaltamento dei gommoni in acque libiche; i libici non sanno come intervenire, noi non possiamo esserne a conoscenza. Ecco perché sarebbe necessaria una guardia costiera libica”.
UN ACCORDO ITALA-LIBIA La seconda fase del programma prevede inizialmente un intervento in acque internazionali, quindi man mano in quelle libiche: “Il guadagno netto per gli scafisti per ogni gommone è di 75mila euro – spiega Credendino – mentre per la barca di legno, che è più grande e costa comunque poco, può arrivare fino a 400mila euro ma gli scafisti ne hanno un numero limitato perché non vengono prodotte in Libia. Ecco perché cerchiamo sempre di catturarle: nella seconda fase dell’operazione abbiamo iniziato a fermare le barche”. Quello che ci vorrebbe, per poter entrare nella terza fase, è “un accordo di trasferimento tra Italia e Libia, che consentirebbe di consegnare alla Libia gli scafisti arrestati. Cosa che al momento non è possibile per via della situazione delle carceri libiche, l’Alto Commissariato non è d’accordo. Servirebbe un accordo bilaterale con un altro Stato nordafricano, cosa che per l’Unione Africana è più plausibile. Ma c’è la necessità di addestrare la Marina e la Guardia Costiera libica, che fa parte della exit strategy dell’operazione Sophia: la prima non c’è e la seconda al momento è davvero minima”.
(4 feb – Sis)