Roma, 7 apr – “Solo 85 km separano la città da Erbil, e il fronte di combattimento è a metà strada. Per questo il contingente internazionale lavora notte e giorno per assistere le forze locali. La missione italiana ‘Prima Parthica’ a Erbil è, assieme ad altri sei Paesi della Coalizione, posizionata da tempo con compiti specifici: l’addestramento dei peshmerga, un’operazione di salvataggio per i feriti al fronte, la gestione e la preparazione per l’emergenza alla diga di Mosul. La seconda città dell’Iraq è uno snodo fondamentale per i destini della guerra contro i terroristi, sia per la sua posizione geografica, sia perché Mosul è la vera capitale dell’autoproclamato Califfato, e anche per la presenza nelle vicinanze della diga: la più grande in Iraq e la quarta in tutto il Medio Oriente”. E’ quanto si legge nel reportage del suo viaggio in Iraq a firma del sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola, pubblicato oggi dall’Unità. Amendola, che nel suo articolo parla anche della sua visita al campo profughi di Ashti che ospita oltre 5mila persone, quasi tutte cristiane, fuggite da Karakosh, nel quale “ad accoglierci troviamo le insegne delle Ong italiane – tra cui Focsiv e Un Ponte per.. che hanno realizzato, con il contributo della Cooperazione del Ministero degli Esteri, strutture ricreative e scuole per i tanti bambini del campo”, sottolinea che la diga di Mosul “non solo fornisce acqua per l’agricoltura e produce energia per quasi 2 milioni di abitanti, ma il rischio di un suo crollo metterebbe in pericolo intere comunità lungo la Valle del Tigri. Per evitare una catastrofe, il Governo iracheno ha deciso di avviare un’opera di ripristino e manutenzione, affidando lo scorso marzo ad una società italiana i lavori di messa in sicurezza dello sbarramento lungo 3 km e alto 131 metri. Un’emergenza civile, che gli iracheni e la Coalizione chiedono di risolvere quanto prima”. Amendola inoltre scrive che “Mosul è un puzzle etnico composto da curdi, arabi sunniti e sciiti, turcomanni e altre minoranze. È un mondo rappresentativo di quello che è storicamente la diversità e la ricchezza civile mediorientale. Tutto ciò che l’idea totalitaria di Daesh vorrebbe ricondurre ad unità con la violenza, con l’eliminazione delle differenze utilizzando la frustrazione dei sunniti oramai minoranza in Iraq. Non a caso la presenza internazionale sotto egida Onu è tanto decisiva quanto delicata a Baghdad come a Erbil, con uno sguardo vigile sulle mosse dei Paesi confinanti”.
(red)