Roma, 22 ago – “Morandi è stato, con Nervi, uno dei vanti dell’ingegneria italiana nel mondo e il suo Ponte era diventato un’icona dello spirito di innovazione del nostro Paese. Quando venne eretto il Ponte, da giovane architetto che negli anni Sessanta cominciava la professione, l’ho ammirato per la sua audacia: in quegli anni – i quasi quindici anni in cui si è prolungato il nostro dopoguerra – Morandi costruiva con l’entusiasmo di quei tempi… È presto ora per indicare con esattezza se le cause del cedimento siano imputabili all’audacia della progettazione o a difetti di cura. Ma certamente l’opera esprimeva la volontà di spingere l’Italia nella direzione di un grande ottimismo, senza il quale non ci sarebbe stato il miracolo della ripresa. Quella bellezza però era fragile, appunto: bisognosa di un’attenzione di una cura di cui nel tempo abbiamo perso la consuetudine. Curare una creatura come questa implica una sapienza diagnostica corrispondente alla complessità dell’oggetto. E questo significa che bisogna passare dall’opinione all’oggettiva conoscenza. Escludo categoricamente l’idea della fatalità… I ponti non crollano. Un ponte crolla solo per un bombardamento in guerra o per un attentato”. Lo afferma l’architetto e senatore a vita, Renzo Piano, in una intervista al Sole 24 Ore. (red)