Firenze, 19 nov – Le restanti sette province toscane (Prato, Lucca, Pisa, Livorno, Arezzo, Pistoia e Grosseto) fanno parte dell’Italia che resiste. Sono luoghi da tempo entrati in un ciclo di sviluppo tipicamente post industriale, una fase nella quale gli occupati nei servizi superano di gran lunga gli addetti nell’industria. Va bene l’export (+4% rispetto alla media nazionale), e anche l’occupazione e il reddito ( +2.256 euro di scarto sulla media nazionale è basso anche grazie a un sistema di welfare con standard più elevati rispetto alla media nazionale. Tuttavia Iref ha riscontrato anche preoccupanti segnali in controtendenza. Il primo riguarda l’incremento delle diseguaglianze tra ricchi e poveri: la forbice è aumentata del 6,3%, +2% sul dato nazionale. Il secondo concerne le crisi aziendali che, almeno in parte, possono compromettere la tenuta sociale. Cosicché la tranquilla continuità del bipolarismo classico centrosinistra-centrodestra si ritrova oramai soltanto non nei quartieri benestanti e centrali. La fragilità sociale ha invece trovato nelle rappresentanze neo-populiste la sua voce politica. “Insomma solo fra Firenze e Siena è rimasto quel encomiabile mix di crescita e giustizia sociale che ha fatto della nostra Regione la Toscana Felix. Altrove abbiamo o forte depressione come a Massa Carrara o crescita diseguale sia fra persone, i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più emarginati e l’ex classe media del lavoro dipendente che scivola verso il basso, sia fra zone con una sempre più marcata distanza fra centro-città e periferie. E’ ovvio quindi che anche i toscani cerchino risposte e non si accontentino più delle rassicurazioni troppo spesso solo verbali di chi fin qui li ha governati” conclude il presidente Acli.
(red)