“A noi imprenditori non interessa fare l’opposizione al governo. Non è questo il nostro compito anche se la debolezza dell’opposizione politica è un problema per la nostra democrazia. Il mondo della produzione sa che non può più stare zitto. Lanciamo un allarme: senza crescita rischiamo di finire dentro un’altra recessione”. Lo afferma Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, in una intervista a Repubblica nel giorno in cui si riunisce insieme ai leader di altre undici associazioni imprenditoriali (dai commercianti agli artigiani fino alle cooperative) oggi a Torino in quello che appare come uno “strappo delle imprese” al governo gialloverde. “E’ finito il tempo degli alibi, quello del capitalismo di relazione, dei poteri forti. Quel mondo non c’è più e siamo noi industriali i primi a saperlo – precisa Boccia -. Qui sono in campo tutti i protagonisti della produzione, è il popolo dei produttori che manda un segnale. Dodici associazioni imprenditoriali insieme per dire sì alla Tav, alle infrastrutture, alla crescita. Protagonisti dell’industria, del commercio, dell’artigianato, dell’agricoltura, della cooperazione che non si rassegnano all’immobilismo. C’è da riflettere su, non crede? A me pare un bel segnale. Questa è una svolta”. Nasce il “partito dei produttori”? “Fantasie. Non cambiamo il nostro mestiere. E non si pone una questione di metodo o di strumenti come la concertazione ma di merito delle scelte e ancor più degli effetti di queste scelte”, “il governo sta trascurando il motore della crescita. Non si può tener conto delle sole promesse elettorali inserite nel contratto e ignorare le ragioni della crescita economica. Non si può pensare di chiudere i cantieri mentre l’economia soffre”. Quindi Boccia giudica con severità la manovra: “È evidente a tutti che il rallentamento dell’economia globale, insieme alla frenata della Germania (a cui il nostro sistema produttivo è molto connesso) e agli ultimi dati italiani sul Pil accelerano le nostre criticità. Per di più è in campo una manovra di bilancio prociclica mentre l’economia si ferma. Una manovra tutta spostata sulla spesa corrente. Questo è un errore. Perché il problema non è tanto sforare i vincoli dei patti europei, quanto sforarli senza mettere in campo gli strumenti per dare una spinta alla crescita”. E se c’è una riduzione dell’imposta sulle imprese, aggiunge. Ciò è “a fronte di una serie di interventi di segno opposto, tant’è che il carico fiscale sulle imprese, banche comprese, è appesantito di circa sei miliardi”. Cosa direbbe a Salvini e Di Maio se potesse parlargli direttamente? “Già, perché spesso ci sono ministri ai quali se chiedi di illustrare loro un problema ti rispondono di mandare una mail… A parte questo, diremmo che è necessario un equilibrio tra le ragioni del consenso elettorale e del contratto di governo, che sono di parte, e quelle della crescita che sono di interesse nazionale. Due terzi della manovra vanno a reddito di cittadinanza, pensioni, fiat tax peri lavoratori autonomi. E il resto?”. (3 dic – red)