Roma, 22 gen – Lo fa con un’opera che è un viaggio dantesco all’interno della disperazione umana, degli squilibri di un mondo che genera diseguaglianze tali da indurre masse imponenti di popolazioni a muoversi da una parte all’altra del Pianeta, anche a rischio altissimo di morte. E lo fa partendo proprio dalla morte, da ciò che resta di una vita spezzata, da migliaia di vite anonime distrutte dal bisogno: un giovane corpo che porta in tasca una bustina di terra dell’Eritrea, il paese da cui è scappato; un altro con addosso la tessera della biblioteca di un villaggio del Ghana; il piccolo cadavere di un bambino con un giubbotto la cui cucitura conserva la pagella scolastica scritta in arabo e in francese. Testimonianze emozionanti di vita, di voglia di vivere e di inseguire un riscatto; tasselli strazianti di un puzzle che ricompone la storia antica del Mediterraneo, attraverso la difficile ricostruzione di migliaia di biografie che, pur inghiottite dalle onde, testimoniano di come la speranza sia così forte nell’uomo da portarlo anche a “morire di speranza”. Leggere questo libro, anche per chi non ha mai visto un barcone, non ha mai dovuto lasciare il luogo natio, non ha mai visto un migrante, significa conoscere razionalmente ed emozionalmente il dramma migratorio dei nostri tempi. Significa entrare in contatto con corpi morti che parlano, con argomenti più persuasivi di quelli dei vivi, perché sono essi stessi testimonianza forte della disperazione umana e degli squilibri non più sopportabili di un sistema mondiale in crisi. (Ema)