Roma, 7 feb – “Nella Costituzione è scritto che gli italiani all’estero hanno diritto al voto, quindi non si può far finta, non modificando quella parte, che gli ‘stranieri’ (come qualcuno li ha definiti) non possano votare: i nostri connazionali residenti all’estero hanno diritto di votare perché sono italiani. Questo afferma la Costituzione italiana, anche prima della riforma avvenuta una ventina di anni fa”. Così il senatore di Forza Italia Lucio Malan, illustrando in aula l’emendamento 1.102 al ddl che taglia il numero dei parlamentari. L’emendamento, bocciato da Palazzo Madama, interveniva sugli eletti all’estero, che con la riforma che ha avuto l’ok in prima lettura dal Senato sarebbero ridotti a otto deputati e quattro senatori. “Il relatore – continua – ha citato il principio del ‘no taxation without representation’, che però dice esattamente l’opposto. Dice che non puoi tassare qualcuno senza dargli il diritto di rappresentanza; non dice il contrario, ossia che non puoi avere rappresentanza se non paghi le tasse, perché se così fosse, se il principio fosse interpretato nel senso che se non paghi le tasse in Italia non hai diritto di votare, allora bisognerebbe tornare a prima della legge cosiddetta Tremaglia che ha agevolato il voto degli italiani all’estero. Bisognerebbe azzerare il voto degli italiani all’estero: se il principio è che se non paghi le tasse non puoi votare, anche se questi partono da chissà dove, magari dalla Svizzera o dall’Australia per venire a votare in Italia, non dovrebbero poter votare lo stesso, quando è sempre stato possibile. Per la verità solo dal 1946, perché prima non si poteva. Vogliamo ritornare a prima del 1946? Credo di no, ma forse qualcuno lo vorrebbe. Riteniamo dunque che non possano essere passate sotto silenzio le argomentazioni proposte dai colleghi eletti dagli italiani all’estero, i quali peraltro qualche tassa la pagano. Allora cosa dovremmo scrivere? Dovremmo fare un allegato alla legge sul reddito di cittadinanza, perché se tu, non solo non paghi le tasse, ma addirittura percepisci un reddito dallo Stato, dovresti essere privato del diritto di voto. Allora, se c’è questa coerenza, mi aspetto di trovare un emendamento che dice: se prendi il reddito di cittadinanza, non hai più diritto di voto. Certo – conclude Malan – cesserebbe il meccanismo del voto di scambio insito in quella norma, però si rispetterebbe il principio del no taxation without representation”. (Roc)
