Palermo, 12 apr – Rachid Maiga, un 36enne nigerino atletico e ben vestito, si fa largo tra la folla del mercato di Ballarò a Palermo. Lo seguono quattro pensionate francesi, un giornalista romano trentenne e una coppia di studenti universitari fiorentini. Rachid punta dritto verso il banco di una sua amica ghanese. Lei, robusta e sorridente, prepara ogni giorno specialità della cucina dell’Africa occidentale. Questa mattina ha cucinato del fufu, una sorta di polenta ricavata dall’igname, un tubero simile alla patata, che viene poi immersa in una zuppa di pomodori, cipolle, pasta d’arachidi, spicchi d’aglio, spezie e peperoni. Il gruppo si mette diligentemente in fila, davanti a loro c’è una decina di clienti, italiani e africani, che aspettano di essere serviti. Cinque minuti d’attesa, poi le signore francesi infilano, una dopo l’altra, i cucchiai nella salsa densa e rossastra. “Davvero squisita”, commentano. Sono state loro a insistere perché Rachid si fermasse lì. L’anno scorso hanno viaggiato in Senegal e volevano riprovare i sapori di quella cucina lontana. A Palermo hanno scelto un percorso turistico un poco inconsueto. Non solo monumenti ed arte, ma anche le pratiche e i luoghi dell’integrazione. D’altronde ad Albergheria, il quartiere del mercato di Ballarò, convivono in uno spazio decisamente limitato ben 25 comunità di migranti. Rashid, che vive a Palermo da vent’anni e parla nove lingue, è la guida perfetta. Lavora per la cooperativa turistica Terradamare, fondata dal palermitano Marco Sorrentino. L’intuizione di Sorrentino è stata quella di abbinare alla classica visita di palazzi e chiese del centro di Palermo un itinerario tra le botteghe e i mestieri di Ballarò. E quindi al negozio dell’olivaro Alberto Napoli e al caramellificio della famiglia Terranova, si alternano l’alimentari nigeriano, il parrucchiere senegalese e il macellaio halal del Bangladesh. Ne è nata una curiosa esplorazione degli usi e costumi quotidiani di uno degli angoli più multiculturali d’Italia. (SEGUE)