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A Milano omaggio
a Mike Kelley

it@withub.it by it@withub.it
26 Luglio 2013
in Archivio speciali - Mostre
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A MILANO OMAGGIO A MIKE KELLEY

A Milano HangarBioccca presenta fino all’8 settembre la mostra “Mike Kelley: Eternity is a Long Time” dedicata all’artista americano che ha contribuito a tracciare nuove direzioni nella storia dell’arte contemporanea. Mike Kelley (Detroit, 1954 – Los Angeles, 2012) presenta un percorso – tra installazioni, video e sculture – che si focalizza principalmente tra il 2000 e il 2006, periodo di grande maturità creativa nella produzione dell’artista che ha sconfinato in campi di espressione differenti, sia nell’arte che nella musica, mai accettando la distinzione tra arte colta e vernacolare. Interessato a riattivare forme e figure legate a un immaginario adolescenziale e a indagare come la cultura popolare produce miti e ritualità, esplora soprattutto i temi della memoria, dell’identità e il rapporto con l’autorità. Utilizza oggetti e manufatti apparentemente banali sovvertendone il significato ed enfatizzandone la forza comunicativa. La mostra dialoga con i grandi spazi industriali di HangarBicocca attraverso una serie di opere fondamentali e raramente esposte al pubblico, provenienti da importanti istituzioni e collezioni internazionali tra cui il Museo Reina Sofia di Madrid, il Museo Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna e la Collezione Pinault di Parigi e Venezia. Uno dei lavori centrali del progetto espositivo è l’installazione John Glenn Memorial Detroit River Reclamation Project (Including The Local Culture Pictorial Guide, 1968-1972, Wayne/Westland Eagle), (2001), ispirata a un monumento dell’astronauta John Glenn a cui il liceo frequentato da Mike Kelley era dedicato. I frammenti di vetro e ceramica colorati che ricoprono la scultura sono stati recuperati da Kelley stesso nel fiume di Detroit. (red)

UN PERCORSO TRA ETRUSCHI E ROMANI

Al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma, fino all’1 settembre, l’esposizione “Da Orvieto a Bolsena: un percorso tra Etruschi e Romani” ripercorre, attraverso oltre un millennio di storia, le vicende della città-stato etrusca di Velzna – l’ultima a cadere in mano romana dopo un lungo assedio – e della sua erede Volsinii che ne accols, sulle alture del lago di Bolsena, gli abitanti superstiti. La mostra fornisce per la prima volta, grazie alla quantità e qualità dei reperti archeologici recuperati e ai recentissimi risultati delle indagini scientifiche, un quadro organico degli avvenimenti storici che hanno contrassegnato drammaticamente questo territorio dell’Etruria interna con l’annientamento di una città e lo spostamento forzato dei cittadini in una nuova località. La mostra proseguirà fino al 3 novembre in altre sedi espositive: Museo “Claudio Faina” di Orvieto, Museo Archeologico Nazionale di Bolsena, Museo Civita di Castro, San Lorenzo Nuovo a Castiglione in Teverina e in diversi insediamenti archeologici del territorio. (red)

A TORINO GLI “ATTIMI” DI ELLIOTT ERWITT

Fino all’1 settembre nella Corte Medievale di Palazzo Madama, a Torino, la casa editrice d’arte Silvana Editoriale organizza, insieme alla celebre agenzia fotografica Magnum, una ricca retrospettiva dedicata ad Elliott Erwitt, erede della tradizione fotografica che rese celebre Henri Cartier-Bresson, basata sull’abilità compositiva e sull’istintiva sensibilità nel “cogliere l’attimo”. Presentate 136 fotografie in bianco e nero, scelte fra quelle che hanno consacrato Elliott Erwitt come uno dei più gran di fotografi di fama mondiale. Il percorso è composto da tre sezioni, ciascuna delle quali è incentrata su un tema significativo all’interno del vasto repertorio iconografico del fotografo, nel quale ricorrono frequentemente immagini di bambini, animali domestici, personaggi famosi, scatti pubblicitari, scorci di città, visitatori di musei, ecc. Elio Romano Erwitt nasce nel 1928 a Parigi da genitori russi di origine ebraica, trascorre l’infanzia a Milano fino al 1939, quando la famiglia emigra negli Stati Uniti a causa del fascismo. In America decide di cambiare il suo nome in Elliott (“Hello Elio” suonava come uno scioglilingua) e inizia a interessarsi alla fotografia frequentando la Hollywood High School di Los Angeles, mentre contemporaneamente lavora in un laboratorio che realizza stampe autografate per i fan delle stelle del cinema. Membro di Magnum Photos dal 1953 – fu proprio Robert Capa, socio fondatore dell’agenzia, a invitarlo a farne parte -, per oltre sessant’anni ha raccontato la vita quotidiana e quella mondana con lucidità e arguzia. Il suo sguardo sottolinea con delicatezza il carattere comico, insolito o ridicolo di alcuni aspetti della vita, con una predilezione per gli scatti rubati, presi per strada, spesso all’insaputa dei soggetti ripresi. 

A GENOVA L’ARTE DEI CARTELAMI

Fino al 25 agosto Palazzo Ducale, a Genova, presenta la mostra “Il Gran Teatro dei Cartelami. Scenografie Tra mistero e meraviglia”, un’occasione unica per scoprire i cartelami, particolari scenografie così chiamate in Liguria perché costruite con il cartone. Dette décors o monumentos in altre regioni dell’Europa mediterranea, sono apparati – in mostra sono esposti oltre cento pezzi – per lo più di gusto popolare, legati a particolari momenti del rito cristiano, come la Settimana Santa e l’adorazione eucaristica delle Quarantore. Tra il XVII e il XIX secolo, la loro produzione ha una grande varietà di soluzioni compositive e ricorre ai più diversi materiali di supporto: oltre al cartone, il legno, la tela e la latta. Il materiale conosciuto e schedato si è fatto molto più consistente negli ultimi anni, grazie anche al protrarsi delle ricerche condotte sul campo dai tecnici della Soprintendenza. Il crescente interesse per questi apparati ha portato a recenti restauri in Catalogna e nei Pyrénées-Orientales, nel Nizzardo e nelle Alpi Marittime, nonché in Corsica, in Sardegna e in Toscana. In mostra, i materiali liguri sono posti a diretto confronto con quelli delle altre aree europee, mettendo così in evidenza differenze e tratti comuni. Nei cosiddetti Sepolcri della Settimana Santa, l’allestimento è risolto talvolta in chiave prospettica, con una successione di tendoni o di schermi dipinti, come nei monuments di Espira-de-Conflent e di Fontpédrouse, nel Roussillon francese (la zona di Perpignan, ai confini coi Pirenei). In Corsica si possono trovare invece pavillons concepiti come piccoli ambienti praticabili, decorati al loro interno da finti cicli di affreschi (in realtà, dipinti a tempera su tela): una tipologia rappresentata, in mostra, dal Sepolcru settecentesco di San Damiano di Ampugnani – nella regione boscosa della Castagniccia, a sud di Bastia – realizzato quando l’isola era ancora sotto il Dominio genovese. In Liguria sono molto frequenti le libere composizioni di sagome in cartone (i cartelami in senso stretto), ma sono stati anche riscoperti veri e propri “teatri sacri” composti di boccascena, quinte e fondale, pensati per ambientarsi senza sforzo nello spazio architettonico di una chiesa. Emblematico il caso dell’apparato di Ligo, nelle vicinanze di Albenga, e addirittura clamoroso quello del “Sepolcro Istoriato” di Laigueglia, davvero colossale – raggiunge i 15 metri d’altezza – e completamente smontabile.

(red)

A FIRENZE LE VOCI DEGLI ARTISTI

Si intitola “Speaking to Others: Who Speaks to Who” (Parlare con gli altri: chi parla con chi) l’opera che l’artista britannico William Furlong presenta fino al 30 agosto a Villa Romana, a Firenze L’opera, commissionata e realizzata per questo luogo, raccoglie le voci di alcuni artisti estremamente significativi, registrate da William Furlong fra il 1973 e il 2007 nell’ambito del progetto di collaborazione Audio Arts: fra gli artisti ci sono Joseph Beuys, Mario Merz, Nam June Paik, Susan Hiller, Richard Serra, Mary Kelly, Richard Hamilton, Lawrence Weiner, Rachel Whiteread, Richard Wentworth, Gerhard Richter, Dieter Roth, Tracey Emin, Jean Tinguely e Sarah Lucas. L’opera è costituita dal montaggio di registrazioni originali realizzate in tempi e in luoghi diversi dove Furlong incontrava gli artisti e parlava con loro individualmente. Il titolo dell’opera costituisce anche un riferimento fondamentale all’opera di Joseph Beuys e alla sua idea di scultura sociale intesa qui come spazio performativo attivato per mezzo del linguaggio e dei dibattiti. Furlong incontrò Beuys e registrò la sua celebre lezione-performance all’Institute for Contemporary Arts di Londra nel novembre 1974. Lo intervistò anche nel 1983 e nel 1985. Per l’installazione di Villa Romana le parole e le frasi pronunciate da Beuys si fondono in una scultura uditiva intima che richiama esplicitamente le questioni politiche ed estetiche condivise da Furlong e Beuys alla metà degli anni Settanta. Speaking to Others: Who Speaks to Who costituisce in questo senso un doppio atto artistico: una installazione sonora che attiva l’ascoltatore e lo spazio in cui egli abita (ascolto attivo) e, complessivamente, un archivio di voci che non è solo documentazione audio ma crea uno spazio d’ascolto che è, in ultima analisi, uno spazio per l’esperienza artistica oltre che uno spazio dedicato a tale esperienza. William Furlong (1944) ha fondato nel 1973 la rivista Audio Arts, che costituisce oggi l’archivio più consistente di registrazioni originali di arte contemporanea.

(red)

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