(10 lug) Per provare a sovvertire i pronostici cupi sul proprio futuro, l’Italia avrebbe bisogno di rimboccarsi le maniche dopo aver fatto finalmente i conti con la storia, per dirla con il titolo di un recente libro di Paolo Mieli. Almeno con la storia degli ultimi decenni, o con quella parte di questa storia che non si è ancora esaurita e continua a far danni. Ma questo sforzo prospettico è assente, e i conti col passato pare li debba fare solo la magistratura. A essa si chiedono lumi sugli aspetti più vari della nostra storia recente. Sull’esistenza, vent’anni fa, di una trattativa tra emissari dello Stato ed emissari della mafia, che è un tema politico di prima grandezza comunque si giudichi quel negoziato, che se ci fu forse servì a salvare molte vite o forse invece causò la morte di chi vi si opponeva. O forse entrambe le cose. Al potere giudiziario abbiamo chiesto e stiamo per chiedere di nuovo lumi (questa volta preventivi) sulla nostra legge elettorale, quasi spettasse davvero alla Corte Costituzionale porre rimedio a un obbrobrio politico che la politica avrebbe dovuto negli anni cancellare da sola. Abbiamo delegato alla Cassazione il giudizio riassuntivo sulla compatibilità tra la cura spregiudicata dei propri affari privati e la cura degli affari dello Stato, quasi che il conflitto di interessi (un macigno che in questi 20 anni è stato impossibile non vedere) fosse solo un problema di natura giuridica.
Chiediamo al Tar e ai giudici del lavoro – ai giudici del lavoro ! – di pronunciarsi addirittura sulla liceità di un trattamento medico per malattie gravissime elaborato da un esperto di psicologia della pubblicità. Non sappiamo fare i conti né con la nostra storia né con le nostre responsabilità, e probabilmente la seconda incapacità è figlia della prima.