Washington, 25 set – “Gli stati Uniti renderanno più dure le sanzioni nei confronti dei leader del regime e di chi li sostiene sul fronte finanziario e imporremo e amplieremo il bando ai visti per i responsabili di alcune delle più plateali violazioni dei diritti umani”. Hanno fatto il giro del mondo le parole del presidente degli Stati Uniti George Bush, che ha annunciato la decisione a gran voce davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. “Imporremo un bando più esteso ai visti per i responsabili delle più gravi violazioni dei diritti umani, includendo nelle misure i loro familiari”. Nell’annunciare le sanzioni economiche contro il regime di Myanmar, il presidente ha elencato una lunga serie di atrocità commesse dalla giunta militare che ha imposto “un regno di 19 anni di paura” nel paese, soffocando le libertà di base. Insieme alla voce del presidente americano, si solleva anche quella del premier britannico Gordon Brown, che ha chiesto che l’Unione Europea prenda una posizione decisa nei confronti della giunta militare di Myanmar, invitando i militari birmani a “restare nei loro limiti”. Brown sollecita quest’energica presa di posizione in una lettera inviata agli altri leader dei Paesi Ue. Proprio grazie al monito europeo, il premier spera di poter evitare una sanguinosa repressione della massiccia protesta guidata dai monaci birmani. “La tragedia umana che si sta configurando in Birmania – afferma – richiede l’immediata attenzione internazionale”. Una situazione, quella che si sta aggravando in Myanmar, che è seguita con attenzione dalla Commissione Ue. “Invitiamo tutte le parti in causa, e in particolare il governo, ad esercitare la massima moderazione”, ha detto il portavoce Amadeu Altafaj-Tardio, sottolineando il carattere pacifico delle proteste e invitando le autorità dell’ex Birmania a rispettare “il diritto legittimo alla libertà di espressione e riunione”. La mobilitazione dei monaci buddisti e degli oppositori al regime birmano devono essere un’opportunità per lanciare un processo di “riforme politich”. E’ quanto ha auspicato l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea, Javier Solana, che ha lanciato un appello alle autorità del Paese a non esercitare violenze sui dimostranti. “L’Unione europea è sempre stata desiderosa di vedere dei progressi politici tangibili nel Myanmar, incluso il rilascio dei prigionieri politici”, si legge nella nota diffusa dall’ufficio di Solana, una pace genuina, la stabilità e lo sviluppo del Myanmar possono essere raggiunte solamente attraverso le riforme politiche, garantendo i diritti e le libertà fondamentali e attraverso la piena inclusione di tutte le parti”. Ripercussioni per la questione birmana anche in Italia. Il sottosegretario agli esteri Gianni Vernetti ha chiesto all’Incaricato d’Affari birmano di trasmettere alla giunta militare al potere in Myanmar, la richiesta del governo italiano di aprire un dialogo immediato con i monaci, con i membri della National League for Democracy e con tutta l’opposizione e di non far ricorso ad alcuna forma di violenza nei confronti delle dimostrazioni pacifiche e nonviolente di questi giorni. Il sottosegretario ha inoltre protestato per i recenti episodi di repressione che hanno portato all’arresto di decine di manifestanti ed alle condanne arbitrarie di numerosi sindacalisti e oppositori del regime, rinnovando la richiesta di libertà immediata del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, segregata agli arresti domiciliari dal 2003, insieme al rilascio dei prigionieri politici detenuti in modo arbitrario. Ripercussioni anche sul mondo politico. “Seguo con molta attenzione le manifestazioni che anche oggi si stanno svolgendo in Birmania promosse dai monaci buddisti – ha sottolineato il sindaco di Roma Walter Veltroni -. Esprimo la preoccupazione per una minaccia esplicita da parte di militari, la protesta dei monaci è una protesta pacifica e non violenta. Confido che la comunità internazione possa in queste ore esercitare tutte le pressioni necessarie affinché il regime non metta in atto le minacce, ma anzi avvii un percorso di conciliazione nazionale”. Critico nei confronti di Veltroni è il capogruppo dell’Udc Luca Volontè, che ha giudicato insufficiente l’atteggiamento del sindaco di Roma. Per il capogruppo, “la riconciliazione nazionale che propone Veltroni è solo buonismo diplomatico che, contro il regime militare dei generali comunisti di Myanmar, lascia il tempo che trova”. Veltroni, secondo Volontè “potrebbe fare molto di più, per esempio proponendo al ministro degli Esteri D’Alema una manifestazione di protesta o una serie di iniziative concrete in sede Onu per difendere la democrazia in Birmania come in tanti altri paesi asiatici dove i diritti umani e il rispetto della libertà religiosa vengono quotidianamente calpestati”. Appello anche da parte del ministro per il Commercio Internazionale, Emma Bonino, affinché “la giunta militare eserciti la massima tolleranza e non si permetta di disperdere in maniera dura un’impressionante manifestazione non violenta”. Situazione preoccupante anche per Daniele Capezzone dei radicali italiani. “In Birmania si rischia un massacro – sostiene – un massacro ulteriore rispetto al massacro di libertà, democrazia e benessere che è stato già compiuto in questi anni. E’ grande merito del coraggio dei monaci buddisti di avere riaperto il “caso”, offrendo alle istituzioni internazionali, ai Governi, alle opinioni pubbliche di tutto il mondo, l’occasione di non girare la testa dall’altra parte. Saremmo tutti complici se questo avvenisse un’altra volta”. Intanto, Marina Sereni, vicepresidente dell’Ulivo della Camera dei deputati, insieme ad alcune donne, leader politiche ed esponenti di organismi internazionali, ha firmato nei giorni scorsi un appello, a favore delle popolazioni birmane e della libertà di Aung San Suu Kyi guida del Partito democratico birmano e premio Nobel per la Pace nel 1991.