Nessuno può dire quanto costi davvero agli italiani la corruzione. Anche perché per alcuni di loro non è un costo ma un ricavo. La stima di 60 miliardi l’anno, riproposta da varie fonti, è il prodotto di un calcolo grossolano. Poiché nel 2004 uno studio indicò nel 3-4 per cento del Pil il costo della corruzione mondiale, applicata al Pil italiano quella percentuale generava appunto la cifra di 60 miliardi. Ma non è un dato attendibile.
Più accurato sembra il conteggio del centro studi di Confidnustria, che nel suo rapporto Scenari Economici ha calcolato che se dai tempi di mani pulite a oggi l’Italia avesse saputo contenere la corruzione al livello considerato sopportabile in Francia, in vent’anni avremmo avuto a disposizione 300 miliardi in più.
La letteratura economica indica vari motivi per cui la corruzione frena la crescita Primo: riduce gli investimenti, in particolare quelli delle imprese multinazionali. Secondo: aumenta i costi e riduce la qualità delle infrastrutture. Terzo: è un grave ostacolo alla meritocrazia, disincentiva gli investimenti in “capitale umano” e incoraggia la fuga dei cervelli; Quarto: peggiora la qualità della governance delle istituzioni pubbliche e private.
Secondo l’Eurobarometro 2014, gli italiani convinti che nel proprio paese la corruzione sia un fenomeno diffuso sono il 97%, contro il 68% dei francesi e il 59% dei tedeschi. Eppure solo il 2% degli italiani – contro il 4% della media europea – ammette di aver ricevuto una richiesta diretta di tangenti.
La corruzione avrà anche carattere sistemico, ma un po’ ancora ci si vergogna.
(10 apr)