Roma, 25 ott – Vacilla la maggioranza in Senato, battuta già quattro volte questa mattina sugli emendamenti presentati al dl collegato alla Finanziaria. La prima spaccatura è stata sullo scioglimento della società Ponte di Messina, con i senatori dell’Italia dei Valori e quello della Costituente socialista Barbieri che hanno votato con l’opposizione e l’astensione dei senatori a vita Emilio Colombo, Lamberto Dini, Natale D’Amico e di tre esponenti delle autonomie Thaler, Perrin e Pinzger. Non ha partecipato al voto neanche il ministro Mastella, presente in Aula ma non partecipante alle votazioni su questo emendamento. Il governo, diviso al suo interno fra la posizione del ministro Di Pietro e quella di alcuni esponenti della sinistra, si era comunque rimesso alle decisioni dell’Aula. “L’esecutivo non è stato battuto – ha spiegato il senatore Nello Formisano, capogruppo Idv a palazzo Madama – perché aveva chiesto, con il relatore, il ritiro dell’emendamento in questione e il ritorno al testo votato dal Cdm. Questa era e sarà la posizione dell’Idv. Purtroppo un emendamento ispirato dalla sinistra e dai Verdi massimalisti è stato battuto in Aula, a dimostrazione del fatto che posizioni estreme non portano da nessuna parte”. Il secondo sgambetto alla maggioranza è arrivato circa un’ora dopo, su un emendamento della commissione Bilancio che prevedeva la soppressione della Scuola superiore della P.A. quella dell’Istituto diplomatico, la Scuola superiore dell’amministrazione dell’Interno e la Scuola superiore dell’Economia e delle Finanze: i no sono stati 160 contro i 149 favorevoli e un astenuto. A votare con il centrodestra sono stati in questa occasione Rossi, Dini, D’Amico e Fisichella, mentre si è astenuto Franco Danieli. Anche in questo caso il governo si era rimesso al volere dell’aula. Il terzo scivolone invece è arrivato su un emendamento proposto dall’Udeur per la stabilizzazione di 23 vincitori di concorso per posti da dirigente nel ministero della Giustizia che, dopo il ricorso, erano stati assunti in via provvisoria. Il provvedimento aveva il fine di conseguire risparmi di spesa “relativi al protrarsi di contenzioso giurisdizionale”. Il voto dell’aula è stato di 155 pari, che a Palazzo Madama equivale a un no. Su questo emendamento il relatore si era rimesso alla volontà del governo che, a sua volta, aveva espresso parere favorevole. Situazione analoga pochi minuti più tardi su un emendamento presentato dalla Commissione Bilancio sul digital divide: ancora una volta con un voto di parità, 156 a 156, Palazzo Madama ha respinto una norma sulla quale il governo aveva dato parere favorevole.
(Clb/Cam)