Da settembre tutti i Paesi dell’Unione Europea, compresa l’Italia, inseriranno nel calcolo del Pil anche attività finora non contabilizzate come il traffico di sostanze stupefacenti, la prostituzione e il contrabbando. Ci si attende un discreto sollievo per i volumi del prodotto interno lordo e per il suo rapporto percentuale con deficit e debito.
Trattandosi di attività illegali e sommerse, non sarà facile per l’Istat misurarne il valore economico. Sottostimandole si gioverebbe alla buona reputazione del Paese nel confronto internazionale, sovrastimandole si aiuterebbero i conti pubblici. La componente relativa al traffico di stupefacenti dovrebbe valere circa 60 miliardi, secondo i dossier di Sos Impresa, ma ci sono valutazioni più prudenti. Dovrebbe aggirarsi attorno agli 8 miliardi il giro di affari della prostituzione. Secondo l’Eurostat, il beneficio per il Pil dell’Italia sarà tra l’1 e il 2 per cento.
La riduzione del rapporto debito/pil sarebbe tale che, nell’ipotesi più favorevole, si raggiungerebbe senza alcuno sforzo economico e politico metà dell’obiettivo richiesto dal fiscal compact.
Nel rapporto col deficit la variazione sarebbe invece tale da garantire allo Stato una maggiore disponibilità di risorse che gli economisti Centorino, David e Gangemi su lavoce.info quantificano tra i 15 e i 31 miliardi.
Gli effetti dell’innovazione contabile sarebbero ancora più rilevanti se alcune delle attività illegali di cui stiamo parlando venissero legalizzate e tassate.
La morale lasciamola all’anonimo che in un forum on line ha così commentato: “La crisi non è stata causata dall’economia reale, ma dalla finanza, cioè da numeri. Mi pare giusto che aggiustando altri numeri se ne possa uscire”. (20 giu)