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MYANMAR: INVIATO ONU ANNUNCIA SCARCERAZIONE DI MASSA (RIEPILOGO)

it@withub.it by it@withub.it
5 Ottobre 2007
in Archivio News dal mondo
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Yangon, 5 ott – Un venerdì ricco di appuntamenti diplomatici per il Myanmar. Al Palazzo di Vetro, l’inviato dell’Onu Ibrahim Gambari, reduce dalla missione nella ex–Birmania, ha riferito al Consiglio di Sicurezza che tutti i prigionieri politici in Birmania saranno rilasciati dal regime. “Dopo l’intervento delle Nazioni Unite – ha spiegato Gambari – le autorità militari della Birmania hanno già scarcerato 2.095 persone, di cui 728 monaci”. L’inviato speciale in Birmania ritiene che comunque la crisi nel paese rischia di avere “gravi ripercussioni internazionali”. Chiedendo il rilascio di tutti i prigionieri politici, l’inviato ha sottolineato che “per quanto riguarda passi avanti immediati, vorrei notare che le autorità hanno già annunciato un ammorbidimento del coprifuoco a Yangon e a Mandalay, mentre altri rapporti provenienti dal paese indicano che la presenza militare visibile per le strade è già stata ridotta. Sono stato informato dal governo – ha aggiunto – che, a tutt’oggi, un totale di 2.095 persone arrestate nel corso delle dimostrazioni sono state rilasciate, tra cui 728 monaci, e che nuove scarcerazioni seguiranno, come risultato diretto delle mie richieste alle autorità”. Gambari ha concluso affermando che “nonostante questi passi avanti siano benvenuti, decisioni ulteriori devono essere prese nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, non solo per superare la crisi attuale ma anche per risolvere la situazione più in generale”. Da parte sua, Washington ha chiesto a Gamberi di tornare al più presto in Myanmar, rilanciando l’ipotesi di sanzioni internazionali, di “misure di embargo”, contro la Birmania: lo ha ipotizzato il rappresentante permanente degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad, intervenendo al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, presentando tali richieste come misure destinate a far pressione sulla giunta militare al potere. Intanto la tv di Stato birmana ha mostrato per la prima volta dopo anni alcune immagini del premio Nobel San Suu Kiy, durante l’incontro con Gambari. E la giunta militare ha ammesso di aver fermato 700 monaci coinvolti nelle proteste, solo 109 dei quali sono ancora agli arresti. Intanto l’incaricata d’affari Usa in Myanmar, Shari Villarosa, è partita questa mattina da Yangon per incontrare i vertici delle giunta a Naypyidaw, la capitale amministrativa creata dal regime. Fonti della rappresentanza americana a Yangon hanno precisato che in realtà a Villarosa non è stato comunicato chi incontrerà, aggiungendo che sarà comunque un gerarca dal rango “decisamente inferiore” rispetto a quello del generale Shwe. Un anonimo portavoce della legazione ha ipotizzato che possa trattarsi del vice ministro degli Esteri, Maung Myint, estraneo alla cerchia all’interno della quale sono prese le decisioni più importanti. Nel denunciare la perdurante repressione in atto nell’ex Birmania contro gli oppositori, in particolare contro i monaci buddhisti, ieri l’incaricata d’affari Usa aveva sottolineato di essere costretta a fare anticamera da mesi: l’ultima richiesta per vedere un esponente del regime risaliva allo scorso agosto, aveva precisato, e nemmeno aveva ancora ottenuto una risposta. Da Washington il portavoce del Dipartimento di Stato, Sean McCormack, ha frattanto avvertito che chiunque sia l’interlocutore con cui parlerà a Naypyidaw, Villarosa riferirà un “messaggio molto chiaro” dell’amministrazione Usa: la giunta deve cominciare a intrattenere con i gruppi della dissidenza un dialogo “significativo”, non di mera facciata. Intanto la situazione interna nel paese si fa sempre più difficile. La Lega Nazionale per la Democrazia, principale forza di opposizione in Myanmar, ha bollato come solo apparente e non seria l’offerta di colloqui diretti rivolta alla sua leader, Aung San Suu Kyi, da parte del generale Than Shwe. “Pretendono da lei la confessione di reati che non ha commesso”, ha osservato Nyan Win, portavoce della Lnd, puntualizzando che comunque la proposta sarà valutata “con spirito positivo” da Aung San Suu Kyi. Spetterà soltanto a lei decidere se accettare o meno, ha sottolineato ancora il portavoce, il quale ha chiesto comunque che siano revocati gli arresti domiciliari cui l’oppositrice numero uno del regime è di nuovo sottoposta ormai dal 2003. Alla leader dell’opposizione dovrà inoltre, secondo quanto afferma Nyan Win, essere consentita la possibilità di replicare in pubblico alle accuse rivolte dai militari. Ma per ricevere la dissidente numero uno, il generale Shwe ha posto alcune condizioni: a suo dire deve porre fine alla “sfida” nei confronti del governo, rinunciare agli “atteggiamenti ostruzionistici” e cessare di sostenere le richieste di sanzioni internazionali a carico del Paese asiatico nonché di appoggiare “la totale devastazione”. Nel frattempo continuano le pressioni da parte del governo cinese sulla giunta militare birmana per convincerla a mettere fine alla repressione e ad aprire un dialogo con l’opposizione. Anche se pubblicamente Pechino mantiene ferme le sue posizioni, tra cui il no alle sanzioni, il no alle “interferenze negli affari interni” degli altri paesi, specialisti sono concordi nell’indicare un mutamento nell’azione della diplomazia cinese verso i suoi alleati messi sotto accusa per l’aggressività e le violazioni dei diritti umani come il Sudan, la Corea del Nord e la stessa Birmania.
(Cep/Deg)

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